Roma, 11 Maggio 2021 - 21:45

Storie da tram

Francesca Piro

Anatomopatologa e fondatrice del salotto letterario "“La linea d’ombra”

7 Gennaio 2021

Vorrei che non ci dimenticassimo degli anziani durante la pandemia

L’altro giorno una persona m’ha detto: “non sono riuscita ad aprire il caffè…” – “il caffè del bar, quello da asporto. Il barista ha messo il coperchietto sul bicchiere di carta, ma io poi, a casa, non sono riuscita ad aprirlo. Allora ho preso le forbici e…” Bum! Ho sentito lo stomaco stringersi in una morsa… già vedevo la scena, forbici infilzate nella mano, sangue dappertutto… “E ti sei fatta male?” – “No, no, ho tagliato il coperchio, l’ho aperto così”. Pfiuuu… sospiro di sollievo, meno male!

Ma questa scena quasi apocalittica – per quello che poteva succedere – mi ha fatto riflettere. C’è una categoria di persone che abbiamo dimenticato. Ovvero, in questo periodo ce ne ricordiamo soltanto quando dobbiamo portare un esempio sulla gravità o meno di questa Sars: “Gli anziani sono i più colpiti… la popolazione anziana è a rischio… gli anziani muoiono perché hanno altre malattie…” e via di seguito su questi toni fino ad arrivare a “ma perché vaccinare prima gli anziani? Non sarebbe meglio i giovani che hanno un futuro davanti?” Ho avuto i brividi nel sentire questa frase.

Nessuno pensa agli “altri anziani”. Quelli che si sono dovuti adattare, che stanno cercando di resistere, che hanno dovuto far saltare abitudini e rituali per riuscire comunque a partecipare alla vita sociale e a sopravvivere. Noi non ci pensiamo mai a questo, a quanto per un anziano la routine sia fondamentale. Ripetere ogni giorno le stesse cose, incontrare più o meno le stesse persone, mangiare lo stesso cibo, fare sempre la stessa telefonata… sono tutti passaggi fondamentali per far proseguire la giornata in maniera regolare, senza intoppi, perché per un anziano, la vita è ogni giorno una scommessa. Per tutti lo è, ma chi è giovane, chi è adulto-non anziano, non pensa alla fine della propria vita con la stessa costante con cui lo fa un anziano.

Quando guardo questa persona, come si muove, quello che dice, come fa le cose, penso a quanto sono fortunata io che, a ogni modificazione ambientale, posso rispondere in una fase di rapido adattamento. Non passa il tram? Vado a piedi. Ho finito il pane, fa niente poi lo compro. L’ufficio è chiuso, va be’ torno domani. E soprattutto, io non ho – perché è innegabile, pur ricordandomelo tutti i giorni, perché io sono una che a questa cosa ci fa caso anche per il lavoro che faccio – non ho, dicevo, il senso del “tempo corto” davanti ai piedi. Ogni tanto questa persona mi chiede: “Ma secondo te, per quanto tempo vivrò ancora?”. Lo chiede a me, perché siamo in confidenza, ma anche perché rappresento, dal suo punto di vista, la parte scientifica di tutta la storia. Io, sempre dal suo punto di vista, dovrei sapere quanto…

Ecco, l’altro giorno, dopo quella telefonata sul coperchio del caffè, tutti questi pensieri mi si sono affollati in testa e non se ne vanno. E mi rendo conto che sto diventando un minimo suscettibile nei confronti di certi discorsi sulla sofferenza dei nostri ragazzi …che non hanno avuto l’ultimo giorno di scuola, …che non hanno avuto i 100 giorni agli esami, .. che sono stati privati della socialità …che l’esame di maturità se lo ricorderanno così… etc etc. Io comprendo in pieno e con tutta me stessa l’angustia dei genitori, il senso di depauperamento delle risorse formative per i loro figli, la sensazione di una privazione ineluttabile e purtroppo inevitabile, ma vi vorrei anche invitare a riflettere su quello che i nostri anziani stanno perdendo e che non recupereranno mai più.

A differenza dei nostri ragazzi, non hanno il tempo. A differenza dei nostri ragazzi, la loro personalità è ormai formata, definita, incisa nella pietra dei giorni. A differenza dei nostri ragazzi, non hanno le risorse per rimodularsi su un nuovo modello di vita e di relazione. A differenza dei nostri ragazzi, la loro esperienza racconta un futuro troppo prossimo.

Questa persona che conosco esce tutti i giorni, non può stare a casa. Se per un giorno resta a casa, sta malissimo, come se l’avessero messa in prigione. Esce per fare cose semplici: “il giro delle 7 chiese”, come le dico io: bar, giornalaio lì accanto, supermercato, fruttivendolo con il suo passo. Lentissima. Ci mette il suo tempo, che è quello di una persona anziana ancora tanto curiosa di quello che le accade intorno, ma che non ha più l’elasticità e la rapidità di reazione che aveva prima. E che quindi dell’app della banca non sa che farsene. Lei vuole parlare con l’addetto allo sportello, lo deve guardare negli occhi. L’altro giorno – mi ha raccontato – si era fermata davanti a un bar – non il solito, un altro – per leggere un foglio attaccato alla vetrina. La barista è uscita e le ha chiesto cosa stesse facendo. “Leggo il foglio”, ha risposto. E la barista: “sì, ma qui davanti non può stare, se no ci fanno la multa”. E io come lo leggevo il foglio?” mi ha poi chiesto quando mi ha raccontato il fatto.

Ecco, io vorrei che non ce li dimenticassimo questi anziani.  Mi piacerebbe che accanto ai turbamenti – più che comprensibili e motivati – dei nostri ragazzi, si parlasse anche dei nostri anziani, di quelli che sono ancora vivi, dai quali possiamo, ancora per poco, imparare moltissimo ascoltandoli e condividendo con loro un po’ del nostro tempo. Con pazienza, tollerando e sospirando, – come capita anche a me – ma anche con tanto bene dentro. A loro, ancora per poco, è a noi concesso stringere la mano. Facciamolo.

È una questione di rispetto. Per la persona, ma non soltanto. Per la Storia, per l’Esperienza, per il Futuro.

È una questione di scelte. Di quello che si vuole essere, lasciando il cinismo alla polvere.

Io ho scelto.


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