Roma, 1 Dicembre 2020 - 2:38

Storie da tram

Francesca Piro

Anatomopatologa e fondatrice del salotto letterario "“La linea d’ombra”

2 Novembre 2020

Col Maestro Gigi Proietti se ne va “uno de’ casa”

Si chiamava Gigi Proietti.

Sono le 3 e 30 di notte. Mi sveglio spesso a quest’ora. Una persona una volta mi disse che dipende dall’ora in cui sono nata. Non so, chissà, forse è vero. Fatto è che mi sveglio. Mi alzo, faccio un giro in cucina, bevo un po’ d’acqua, leggo, uno sguardo al cellulare se vedo che c’è qualche notifica. Stanotte la notifica arrivava dai media: Gigi Proietti in terapia intensiva. È gravissimo. E allora io non ho più dormito. Ore consumate tra il cellulare e il libro che sto leggendo. Così, di quarto d’ora in quarto d’ora fino all’alba, quando la notizia della sua scomparsa ha cominciato a girare di agenzia in agenzia.

Se n’è andato.

Siamo rimasti così, colle mani ‘n mano, senza parole. Che bastonata! Leggo sui social i tanti, tantissimi messaggi di saluto, pezzi di film ritrovati tra le maglie dell’internet, stralci dei suoi spettacoli, le barzellette, il Cavaliere Nero, il Lonfo, Toto. Ma anche La Tosca– Cavaradossi e quella canzone struggente dedicata a Roma -, l’omaggio a Ettore Petrolini, la fondazione e direzione del Globe Theatre a Villa Borghese – quale parco è più romano di Villa Borghese? -, la serietà di certe sue arringhe televisive, la profondità di alcune riflessioni sulla vita e sul nostro destino nelle interviste.

Gigi Progetti. Giggi con due “g” si dice a Roma, un romano di quelli sicuri, anche per il cognome, uno dei più comuni, identificativo di questa città, da pronunciare con quel dittongo ie che diventa una sorta di “j”, legata ad una “e” chiusa, stretta tra i denti che devi deglutire per farne uscire il suono. GiggiProjetti… a dirlo, ti si riempie la bocca.

Gigi Proietti
Gigi Proietti

Ero piccola, studiavo danza classica nella scuola “Viva la danza” in via Tagliamento. Il saggio di fine d’anno fu organizzato al Teatro Brancaccio. Nel camerino in cui ci cambiavamo c’era uno specchio al muro, sopra il tavolino. Nella cornice una fotografia in bianco e nero di Proietti in abito di scena – all’epoca era “A me gli occhi, please” – con la sua firma autografa e una nota sotto: il Maestro ti guarda… Io avevo 9 anni, non sapevo chi fosse questo Maestro, ma ogni volta che entravo in quello stanzino, gli davo uno sguardo per vedere se effettivamente fosse proprio lì per controllare che facessimo bene. Una volta è venuto anche nel mio ospedale e ricordo la sorpresa di trovarmelo vicinissimo e comprendere finalmente la sua altezza fisica, ché la sua altezza artistica e morale l’avevo compresa da tempo.

Era nato in via Giulia, nella Roma papalina, impregnata dell’umidità del Tevere e dei fumi dell’incenso del Cupolone là vicino. E in questa Roma è sempre vissuto passando per il Tufello e l’Alberone. Romano, di quella romanità elegante, un po’ superiore ma allo stesso tempo egualitaria, inclusiva, accogliente. I suoi personaggi erano personaggio, non si travestivano, diventavano. Proietti scompariva e noi vedevamo soltanto l’Interprete. Il linguaggio pulito, elegantissimo anche quando raccontava barzellette piccanti, che con smorfie e sguardi trasformava in opere d’arte.

E poi il suo sorriso. Unico, inarrivabile, un po’ beffardo e complice. Quando sorrideva, nei suoi occhi si accendeva una luce, la stessa che illuminava il cuore di chi poteva goderne. Se avete visto “Cavalli di Battaglia” nell’edizione del 2015, di ritorno sulla scena teatrale dopo 3 anni d’assenza, sapete a cosa mi riferisco. Quel sorriso, quelle braccia alzate verso il cielo, quello sguardo di fuoco, lucido di commozione e acceso, brillante, provocatore.

L’Arte ha perso un figlio d’inarrivabile talento. E noi un Amico. Uno de’ casa, come si dice qua.


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