Roma, 29 Maggio 2020 - 15:11

Storie da tram

Francesca Piro

Anatomopatologa e fondatrice del salotto letterario "“La linea d’ombra”

27 Dicembre 2019

Quando il nostro quartiere era un convivio artistico di grandi scrittori e pittori

È molto presto stamattina. Esco di casa che sembra ancora notte. Ma tempo di arrivare in piazza Buenos Aires e il cielo già schiarisce. Che giornate strane quelle del solstizio d’inverno! La notte e il giorno s’alternano veloci, con tagli di luce e di ombre improvvisi, un attimo è l’alba, un minuto dopo è pieno giorno. M’accoccolo sul sedile del tram, c’è un bel tepore e sul cellulare apro il giornale on-line.

La notizia compare tra i primi titoli: “La Vucciria, il capolavoro di Renato Guttuso, è in esposizione nella Sala della Lupa di Montecitorio fino a metà gennaio”. Leggo, mentre un uomo seduto davanti a me declama Cicerone e parla con qualcuno che vede soltanto lui. Ce l’ha con Catilina, ma trascende le parole dell’orazione e inveisce con convinzione contro il Senato del popolo romano che sta “là sopra, come se chiama… Montecitorio”. Per qualche secondo non so più dove sono. Il tram cigola e traballa sui binari, ma io ascolto Cicerone e leggo della Vucciria e di Montecitorio.

Un momento, signori, rimettiamo in ordine le cose per favore… L’uomo seduto davanti a me è un senzatetto che arriva da chissà dove. Forse ha dormito a Villa Borghese e si è svegliato già sul tram. La borsa di plastica che gli fa da casa-armadio è accanto a lui, le scarpe denunciano un passato tormentato, gli abiti però sono abbastanza puliti e in ordine. Gli mancano tutti i denti, noto, mentre parla accalorato con il suo amico invisibile. La conversazione è impegnativa,  perché ora ce l’ha con gli inglesi, che considera freddi e scostanti, “non come noi italiani che abbracciamo tutti!”. Sorrido tra me e me, pensando al calore mediterraneo che ho trovato ogni volta che ho navigato a in Sicilia, in Grecia o in uno qualsiasi dei Paesi della sponda sud del nostro mare. “Ridi, ridi, che te ridi?”, m’apostrofa l’uomo.  Certo, smetto subito.

Torno a leggere di Guttuso. Ci andrò a vedere il quadro a Montecitorio, perché non l’ho mai visto dal vivo, pur avendo fin da piccola seguito molto da vicino la pittura del Novecento. Mio padre amava l’arte. Andavamo spesso in giro per mostre e gallerie. In via Tagliamento c’era la galleria La Vetrata. Si trovava nella grande sala che fa parte del complesso della chiesa argentina di piazza Buenos Aires. Tre gradini ed entravi nel salone. Il mondo restava fuori, al di là dei battenti a vetri della porta, mentre i quadri appesi alle pareti aspettavano con seducenti macchie di colore.

Roberto Lombardi, il gallerista, arrivava dal fondo della sala, la pipa in mano e il sorriso aperto, accogliente. E si parlava, si discuteva sul quadro, sulla materia, sui pittori. A volte capitava d’incontrarne, perché magari erano lì in chiacchiere e allora erano loro a raccontare il dipinto ed era come se parlassero di un figlio. Ogni opera d’arte è il figlio prediletto dell’artista e io immagino che tutte le volte che un’opera prende finalmente la sua strada nelle mani dell’acquirente, un piccolo strappo laceri il cuore del suo autore. “La pittura è una lunga fatica d’imitazione di ciò che si ama”, diceva Guttuso.

Da tempo la galleria d’arte La Vetrata si è trasferita in Centro e quel grande salone è adesso occupato da un mercatino “antiquario/artigiano” che nulla, ma proprio nulla, ha a che fare con l’eleganza che qualche anno fa si ritrovava in quelle sale. Ci penso ogni volta che passo lì davanti, mentre i furgoni del mercato esterno – maglie, cappotti , coperte e finti pizzi – coprono la vista all’ingresso, a quei tre gradini, e il traffico si contorce spasmodico, cercando di svicolare tra il Coppedè e via Tagliamento. Nelle strade del quartiere hanno abitato Stradone, Avanessian, Roselli, Pirandello… e alcuni vi abitano ancora, come l’immaginifico “pittore di carta” Enrico Benaglia. Non posso smettere di pensarci.

Il tram sbuffa e va. Alzo gli occhi verso le finestre di viale Regina Margherita e immagino come doveva essere  il quartiere dei pittori e degli scrittori. Quella galleria d’arte, in quel salone così aperto e visibile dalla strada, era un convivio artistico ed era facile entrarvi, come a casa propria. Ecco, questo vorrei tornasse a essere il quartiere Trieste. La mia casa. La nostra. Ho in mente qualcosa. Ve ne parlerò.

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