Roma, 28 Gennaio 2020 - 0:05

Storie da tram

Francesca Piro

Anatomopatologa e fondatrice del salotto letterario "“La linea d’ombra”

11 Dicembre 2019

Perché la stazione di piazza Annibaliano è stata la resa della bellezza nel nostro quartiere

Nessun dorma, nessun dorma / tu pure, o principessa…”. La voce arriva dal centro della strada. Le macchine incolonnate su viale Regina Margherita sbuffano monossido di carbonio dai tubi di scappamento e i platani giganteschi, che hanno ormai convertito il loro metabolismo e vivono solo di smog, sembrano sorvegliare lo scorrere lento del traffico ingolfato.

Ma il mio mistero è chiuso in me, il nome mio nessun saprà!…”, prosegue il canto. Ferma al semaforo, aspetto di poter attraversare, e intanto cerco curiosa la fonte di quella voce. Eccolo! Un operaio che indossa un giaccone col nome della ditta sul braccio, è seduto alla guida di un camion e canta! E che bella voce tenorile! Gli sto dietro nelle strofe, la conosco tutta quella romanza della Turandot e all’ultimo “Vinceròòò!…”, gli faccio un piccolo silenzioso applauso dal marciapiede. Lui se ne accorge e fa un gesto con la mano per ringraziare. Chissà da dove gli veniva quell’ispirazione lirica? Sarà anche lui tra quelli che non si sono arresi al brutto e alla tristezza?

Io non lo so da quando è cominciato che abbiamo smesso di occuparci di bellezza. Probabilmente tanto tempo fa, in maniera impercettibile, talmente piano che non ce ne siamo accorti. Come la rana di Noam Chomsky, abbiamo accettato il progressivo degrado del nostro sentire e siamo finiti bolliti senza esserne consapevoli. Ero piccola, frequentavo le scuole elementari alla Ugo Bartolomei in via Asmara e, con tutti i bambini della scuola, “firmai” una petizione “a disegni” per chiedere al sindaco di evitare l’abbattimento di un piccolo bosco che si trovava in piazza Annibaliano.

Non ricordo come andò la petizione, ma evidentemente non ebbe un buon esito visto il mostro che è sorto in quel luogo una ventina d’anni dopo. Ci pensavo l’altro giorno, mentre salivo le scale nere e lucide di pioggia di una delle stazioni della metropolitana più brutte di Roma. Si può dire? Posso dirlo che trovo la stazione Agnese/Annibaliano brutta? Un mostro architettonico in cemento armato, grigio e nero, con orridi inserti arancione, piazzato lì dove sfocia uno dei viali più belli di Roma, corso Trieste. Una strada che un mio amico agente di viaggio – che di mondo quindi ne aveva visto – definì più affascinante e esotico dell’Hollywood Boulevard. “Guarda – mi diceva, indicando in alto, davanti a sé, mentre il tramonto spegneva gli ultimi raggi di sole – guarda quei pini. Le chiome sembrano nuvole”.

Quand’è che abbiamo deposto le armi della bellezza e abbiamo lasciato che tutto andasse in malora? Quando abbiamo permesso che Roma si spogliasse delle sue vesti e ne facesse brandelli da sventolare come un ultimo, inutile e inascoltato S.O.S.? Da quando abbiamo smesso di avere cura della nostra città, delle nostre strade, dei monumenti, della Storia? Da quando abbiamo iniziato a coprire con trucchi e belletti, come in una farsa posticcia e ridicola, le facciate dei palazzi di una straordinaria città, unica al mondo? Venezia affonda nell’acqua alta, Roma si trucca. Diceva Peppino Impastato: “Se si insegnasse la bellezza alla gente, la si fornirebbe di un’arma contro la rassegnazione, la paura e l’omertà. All’esistenza di orrendi palazzi sorti all’improvviso, con tutto il loro squallore, da operazioni speculative, ci si abitua con pronta facilità, si mettono le tendine alle finestre, le piante sul davanzale, e presto ci si dimentica di come erano quei luoghi prima, ed ogni cosa, per il solo fatto che è così, pare dover essere così da sempre e per sempre.

È per questo che bisognerebbe educare la gente alla bellezza: perché in uomini e donne non si insinui più l’abitudine e la rassegnazione ma rimangano sempre vivi la curiosità e lo stupore.” Io queste parole me le porto sempre dietro e mi tornano sulle labbra ogni volta che lo squallore mi rattrista. E allora penso che se quel bosco 40 anni fa non fosse stato abbattuto, oggi il Mausoleo di Santa Costanza sarebbe lì dove sta, a fargli compagnia. E sarebbe tutto molto, ma molto, più bello.