Roma, 22 Settembre 2021 - 3:53

Il quartiere segreto

Ludovico Fulci

Ex docente del liceo Giulio Cesare, scrittore e saggista

26 Marzo 2020

Il Coronavirus e i pugni nelle tasche a piazza Quadrata

Roma. Passo per piazza Quadrata venendo da via Tagliamento. La casa in cui abito è a pochi passi da qui ed è lì che sono diretto dopo aver fatto un po’ di spesa. Poche le auto in transito. All’andata ho camminato con le mani in tasca, nella considerazione che le mie tasche non saranno perfettamente asettiche ma, per essere le mie, dove infilo io solo le mie mani, è certo che, se non sono infetto, non posso infettarmi da solo. Se invece lo sono… Ma andiamo sono più di due settimane che faccio una vita ritiratissima. Sarebbe il colmo! Adesso, sulla via del ritorno, le mie mani sono impegnate a portare i pacchi con dentro quanto mi servirà per i prossimi due giorni.

Mi guardo attorno. L’atmosfera è diversa dal solito. Non è pesante, ma è grave e l’atteggiamento di altri passanti, così simile al mio diffidente e guardingo, mi fa pensare a quando i miei genitori vivevano anche loro da queste parti al tempo dell’occupazione tedesca. La casa in cui alloggiavano i miei era una pensione-albergo il cui ingresso principale dava su via Garigliano e l’altro, secondario, su via Tagliamento. Oggi vi sorge la clinica delle Suore Mercedarie che, comprando l’area, la trasformarono facendo demolire l’edificio e costruendone uno nuovo rispondente alle loro esigenze.

Dello stabile era proprietaria la moglie di mio zio Nicola, fratello di mio padre. Zio Nicola e i suoi due fratelli vivevano lì, ma credo che non comparissero nei registri degli ospiti. Erano “nascosti”. Uscivano di rado e con molta circospezione. Papà, ufficiale di carriera, era iscritto al “Fronte clandestino di Resistenza – Organizzazione Aeronautica” e, come ufficiale commissario, era pedina utilizzata per i pagamenti. Si trattava probabilmente degli stipendi che spettavano a quanti di quel “Fronte” facessero parte, ma ignoro per quale via riuscisse ad effettuare quelle operazioni secondo ordini e indicazioni che da qualche parte gli arrivavano.
Ho ripensato a lui che aveva all’epoca poco meno di trent’anni e anche a mia madre che, come faccio oggi io, usciva per comprare quanto fosse possibile trovare, badando a non allontanarsi più di tanto e rientrando quanto prima a casa.

Mi viene da ridere. Il Coronavirus paragonato ai soldati nazisti impegnati nelle “retate”!
Nemici che hanno una cosa in comune: ti salvi se ne stai alla larga, ti salvi con un po’ d’astuzia. Però è anche vero che li devi combattere e qui ci vuole coraggio, determinazione e molta generosità perché il nemico non lo combatti tu da solo ma coordinandoti con gli altri.
Mentre penso queste cose, avanzando verso piazza Quadrata, vedo alla fermata dell’autobus un uomo, forse solitario passeggero del prossimo autobus che non arriva ma arriverà. Per rischiare di non perdere la corsa, l’uomo si è fatto avanti sulla strada, come a richiamare l’attenzione sulla sua presenza.

Risalgo su viale Regina Margherita. Due passi e attraverso via Garigliano. Su quella strada circa un centinaio di metri da cui mi trovo uscivano in un lontano 1944 con finta circospezione i miei, quelle poche volte che decidessero di correre il rischio d’essere fermati perché qualche grave ragione li induceva a farlo. So di quella volta che andarono assieme speranzosi al Vaticano e la guardia svizzera, come era del resto prevedibile, disse loro in tono grave (ma sotto sotto amichevole e comprensivo) che la signora poteva anche passare, ma il signore no. E tornarono indietro.
Provo commozione e, venendo ad oggi, penso che, per non essere né medico né infermiere, non ho l’onore di combattere il nemico frontalmente. Ma so che anch’io nel mio piccolo posso fare qualcosa. Tanto per cominciare, posso attenermi alle regole e, usando lo spazio che mi viene concesso da amici giornalisti, spronare anche gli altri a fare lo stesso, come al momento faccio. È poco ma è abbastanza per una persona della mia età che (unitevi, vi prego, agli scongiuri che sotto la scrivania non indugio a fare!) comincia ad essere a rischio. Coronavirus, tiè!

Davanti al cancello del cortile su cui affaccia la palazzina dove abito, prendo di tasca le chiavi di casa e mi ricordo che, entrando, posati i pacchi della spesa in cucina, dovrò lavarmi subito le mani con cura e attenzione. Non contento – e perché non si sa mai – laverò anche barattoli e bottiglie e tutti quei contenitori ermeticamente sigillati che possono sopportare una spruzzatina d’acqua calda saponata… Troppo zelo? Sarà!
Coronavirus, aritiè!

Mi domando se, per prudenza, papà non tenesse anche lui le mani in tasca nell’imbarazzo di non sapere se salutare “romanamente”, rischiando di apparire troppo disinvolto, o nel timore di rivelare d’essere, tenendo le mani lungo il corpo, quel che in effetti era, un militare addestrato alle marce…
Perché, in certe occasioni, le mani si stringono a pugno dentro le tasche? Forse per una voglia di lottare e di vivere che non ci abbandona.

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