Roma, 7 Luglio 2020 - 18:12

Il quartiere segreto

Ludovico Fulci

Ex docente del liceo Giulio Cesare, scrittore e saggista

9 Giugno 2020

Ci sei ancora? I ricordi della scuola Ugo Bartolomei negli anni ’60

Scuola Ugo Bartolomei – Ricordo anno scolastico 1959-60 Foto Suriano

Così recita la scritta in calce alla foto che ci “immortalò” assieme alla maestra che mi pare si chiamasse Maltese (non ne ricordo il nome di battesimo). Eravamo in quinta elementare e ci preparavamo agli esami di licenza. È una foto trovata nel cassetto di un comodino in uno di quei giorni della “quarantena”, quando tanti di noi hanno frugato tra i ricordi, magari per riordinarli un po’.

Via Asmara. L’edificio era in cima a una piccola salita che prosegue ancora oggi più dolce fino a incontrare via Nomentana. Venivamo dalle vie “circonvicine” come il burocratese impone si dica. Molti dalle vie del cosiddetto “quartiere africano” di recente costruzione, alcuni da zone più lontane.
Nella foto io sono il penultimo da sinistra della seconda fila, partendo dall’alto. Purtroppo non rammento tutti i nomi, anche perché all’appello risuonavano i cognomi. Ma oggi ad associare ai volti il cognome giusto faccio fatica.
Capiterà anche a voi di pensare davanti a una persona che incontrate per caso: “La conosco o non la conosco?”. Dicono che con l’età il fatto sia più frequente! Ti credo: le facce che un cinquantenne deve passare in rassegna per riconoscere qualcuno sono assai di più di quelle che un trentenne fa presto a “rivedere” nella sua memoria. E noi non siamo più neanche cinquantenni.

Di molti di voi non so nulla ed è a tutti quanti si riconoscano in questa foto che mi rivolgo.
Io sono padre e nonno (una soddisfazione incredibile!) e faccio lo scrittore, dopo aver insegnato per diversi anni nei licei. Filosofia. Roba da matti! Roba da matti davvero in tempi in cui di certe cose siamo molto pochi a interessarci. Come scrittore, sono anche un blogger. Ed eccomi qui a rivolgermi dalla platea di RomaH24 a voi, miei compagni di scuola di… sessant’anni fa!

Ricorderete tutti il busto di quel poveraccio di Ugo Bartolomei, giovane tenentino morto alla vigilia dell’armistizio della Grande Guerra e alla cui memoria è intitolata la scuola. Ricorderete la fiasca con l’inchiostro versato nei calamai al bordo superiore del banco; il colletto rigido e il fiocco bianco e floscio a cadere davanti; le braccia incrociate dietro la schiena; l’obbligo di alzarci in piedi quando entrava in classe qualcuno, specie se il qualcuno era il Direttore che, secondo quanto ci veniva insegnato, voleva per regola grammaticale l’iniziale maiuscola. Delizioso questo pasticcio di minuscole e maiuscole per cui alla fine, forse per non dispiacere troppo i bambini, si arrivò a tollerare che Mamma si scrivesse con l’iniziale maiuscola!

Forse ricorderete di quando i nostri genitori, allarmati per via di un articolo uscito su un giornale, chiedevano il perché di un certo pendere della struttura dell’edificio scolastico da una parte.
Ho rivisto qualcuno di voi nel seguito della mia storia. Paolo Laus per esempio, il quarto da sinistra della seconda fila partendo dal basso, studente come me al Giulio Cesare, amico dell’indimenticabile Claudio Buffi, mio compagno del liceo nella sezione G. Ho rivisto Osvaldo Avallone, uno importante che, nonostante fosse importante (è stato direttore della Biblioteca Nazionale di Roma), non aveva perso la semplicità dei modi che aveva da bambino. Ve lo garantisco. Ho avuto con lui un paio di colloqui da cui si capiva perfettamente che la scuola da cui era uscito era un’ottima scuola (intendo quella che ci insegna a vivere). Con lui avevamo progettato qualcosa come un rivederci tutti ma i ricordi erano vaghi e… non eravamo ancora pensionati, ognuno dei due immersi nel tran-tran quotidiano di cui parla lo spazzacamin di Mary Poppins.

Ho scambiato in quell’occasione una mail con Arcangelo Tiberi, l’unico di cui mi è stato facile trovare traccia su internet. È quello sulla cui spalla si posa la mano della maestra, ma lui era il più bravo di tutti nella composizione scritta. E m’è dispiaciuto aver perso di vista altri tra voi. Riconosco – e sarebbe più corretto dire – credo di riconoscere Edoardo Nori e Marco Rulli, in primissima fila, in mezzo ai quali c’è Palleschi del quale non ricordo il nome. Mi pare di riconoscere anche Mario Cinotti, Gori, Tonio Mocellin con i mocassini bianchi e neri, Francesco Cinti, Fernando Sbriscia, Cinque, Canio Ceraldi. Non riconosco Ilari (ma temo che non sia nella foto), il quale mi raccontò un giorno che un suo fratello più grande (o uno zio), vistosi perso in battaglia, aveva inciso col pugnale sulla fronte “Muoio per l’Italia”. Mi vennero i brividi! E poi c’era Di Palma, il primo in alto a sinistra che essendo più grande di tutti, ci appariva il più “scafato”, il più “malandro”, magari senza esserlo. Almeno non più di tanto perché in fondo anche lui era un bambino.

Vedo che sto andando forse un po’ oltre a raccontare del vostro privato. D’altronde i bambini hanno il diritto di raccontare quel che gli passa per la testa e non credo che nessuno di voi se la prenda a male per quello che vuol essere un piccolo dono. Offrirvi la possibilità di ricordare insieme, di rendere rumorosi, anzi chiassosi i nostri ricordi.
Fatevi sentire, cercatemi e soprattutto cercate voi stessi nella foto che accompagna questo mio articolo.

Con nostalgia e affetto
Ludovico


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