Roma, 24 Settembre 2020 - 20:59

Il quartiere segreto

Ludovico Fulci

Ex docente del liceo Giulio Cesare, scrittore e saggista

16 Settembre 2020

Il quartiere che cambia: tutte le attività storiche che oggi non ci sono più

Il mondo cambia così
un po’ per volta ogni dì

Così il ritornello di una canzone di Renato Rascel con cui il passato si contrappone a un presente che difetta di poesia perché i cambiamenti sono improvvisi e perfino dolorosi, anche quando riguardano realtà minime, in apparenza insignificanti.

Io ricordo tante cose di una Roma del Trieste-Salario diversa da quella di oggi. Ricordo il mercato di viale Eritrea che non c’è più, la scuola Massimo D’Azeglio, dove ho frequentato le medie, la libreria “Le Muse”, il Cinema Trieste e tutta una serie di negozi, negozietti di un quartiere che percorrevo a piedi ai tempi dell’adolescenza ma anche della giovinezza.

In una piazza Istria dove c’era il capolinea del 5 e del 6, che erano dei tram favolosi, le cui carrozze somigliavano a quelle dei treni che i banditi della lontana America prendevano d’assalto, c’era il negozio di scarpe Trancanelli.
La Moda – sosteneva Giacomo Leopardi – è sorella della Morte, infatti decreta il precario destino delle cose e tutto quel che è alla moda svanisce presto. Da questo punto di vista non può stupire che, mentre la boutique a pochi passi da casa abbia chiuso i battenti dopo due o tre anni di attività, i Magazzini Lafayette nati nel 1893 sono ancora oggi un’attrattiva di Parigi e il turista si sente quasi in obbligo di farci un salto.

Perché accadano certe cose io non lo so ma è certo che appartengono alla storia di una città. Recentemente ha chiuso a Roma il panificio Lucarelli di via Simeto attivo dal 1951, come ammoniva una scritta su uno specchio posto alle spalle del bancone. Io vi sono andato l’ultimo giorno per comprarvi il pane e tutti parlavano dell’evento. Certo non c’era la signora che per anni e anni era stata alla cassa e che avevo salutato entrando nel locale poche settimane prima. Invece la pasticceria Cavalletti di via Nemorense, che, per curiosa coincidenza risale alla stessa epoca, ha deciso di riavviare un’attività sospesa per qualche periodo. Se Lucarelli era uno storico forno nell’area di piazza Quadrata, Cavalletti è meritatamente celebre per il suo mitico millefoglie.

Il Panificio Lucarelli di via Simeto

Gioia del palato ma anche dello spirito che si nutre nell’atmosfera di convivialità che si respira a una tavola imbandita, il pane caldo, i dolci, ma anche il vino e i variopinti manicaretti della tradizione italiana si apprezzano per la fragranza, il profumo, il colore, l’aroma, oltre che per il sapore ora forte, ora delicato, che finisce con lo stuzzicare l’intelligenza del buongustaio che, chiudendo gli occhi, cerca di individuare gli ingredienti del piatto che gli viene portato a tavola.

Non è un caso che Epicuro sia considerato, assieme a Eraclito, Platone e Aristotele il quarto pilastro della filosofia antica.

Ai piaceri della tavola Roma è sensibile e la chiusura di un ristorante, di una pasticceria, di una gelateria, di una rinomata rosticceria e perfino di un bar alla moda diventa un fatto memorabile.
Così la Saletta Aragno, celebre ai tempi di Giolitti, così il bar Motta di piazza Gondar, dove c’era anche e non c’è più, un negozio di giocattoli. Così anche Capoccetti nei pressi di piazza Santa Emerenziana, dove si compravano ottimi polli allo spiedo, si gustavano fantastici supplì e una maionese reale-imperiale.

Quando Morandi cantava “fatti mandare dalla mamma / prendere il latte”, c’erano a Roma le latterie e io ricordo la latteria Peverini di via Salaria, dove si comprava un’ottima panna da schiaffare sopra il caffè caldo o da prendere a cucchiaiate sorseggiando una cioccolata calda.

Di questi luoghi che erano anche luoghi di incontro e di ritrovo c’è un ricordo tenero, legato magari a un pasto consumato assieme a una persona affascinante invitata per caso, o con studiato proposito, a un tavolo dove, per dirla romanticamente, il cuore si è aperto a un amore nuovo. E l’angoletto tranquillo diventa uno spazio per un timido corteggiamento, dove non è chiaro se sia lui a corteggiare lei o lei a incoraggiare lui.

Sono angoli cittadini cantati anche da scrittori e poeti. Per non parlare dei dipinti, dove un’insegna sbiadita e che a tratti si vede e non si vede, campeggia all’angolo di una piazza, secondo un gusto vagamente impressionistico.
Certo dispiace vedere che, nel tempo, luoghi che ci erano cari spariscono. Ma è una legge più di natura che non di altro. Il Covid, se c’entra, c’entra in minima parte. Sono tanti i commercianti che, accettata la sfida, si sono rimboccati le maniche, facendo buon viso a cattiva sorte, anche perché è pur necessario non demordere. Auguri perciò a Cavalletti, che ha deciso di riaprire, e auguri a tutti quelli che, stringendo i denti, o inventandosi qualcosa di nuovo, si sforzano di superare questa “congiuntura” certo non favorevole per nessuno.

Cavalletti

A me che scrivo ed ero un frequentatore assiduo di presentazioni di libri manca quel felice momento d’evasione, importante anche per la mia vita professionale in cui, assieme ad altri amici, incontravo autori e scrittori nelle librerie e nei caffè letterari. Pazienza! Chi saprà resistere, racconterà ai nipoti di quando col fiato sospeso abbiamo aspettato, dicendo assieme a Edoardo de Filippo “ha da passà a nuttata!”. E la nottata passerà.


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