Roma, 27 Gennaio 2020 - 23:59

Il quartiere segreto

Ludovico Fulci

Ex docente del liceo Giulio Cesare, scrittore e saggista

9 Gennaio 2020

Il Coppedè nero e quell’incontro segreto a piazza Mincio nel settembre del 1930

Gli italiani ignorano che ci sono stati due fascismi. Il primo, per certi aspetti esaltante, è nella mitologia dell’uomo forte, dalla personalità energica, decisa e volitiva, capace di mettere ogni cosa al suo posto con ostentata, quasi paterna e olimpica, serenità. L’altro è il fascismo che, nell’esercizio effettivo del potere cede alla prosa dell’abuso, della sopraffazione, dell’intrigo tipica di ogni dittatura, andando ben oltre i fatti scandalosi (e perfino criminosi) di cui in ogni democrazia riferiscono più o meno correttamente i giornali e dei quali si parla liberamente, e a volte a vanvera, nei bar e nei luoghi di ritrovo.

Non nasconderò che per me le due facce del fascismo sono complementari l’una all’altra e che chi si entusiasma dei miti che il fascismo propone è spesso un ingenuo, un credulo che vive un po’ fuori dal mondo. Ammetterò d’altro canto che è pure possibile che un certo senso estetico conduca ad apprezzare certe cose ed è essenzialmente per questo che non mancano tra coloro che si dicono fascisti persone intelligenti e di buona cultura, le quali peraltro non credo accetterebbero facilmente d’essere implicate in situazioni moralmente estreme.

La Fontana delle Rane

A loro è dedicato questo articolo sul Coppedè nero, col quale intendo richiamare l’attenzione sulla difficoltà di scindere i due aspetti del fascismo, nel primo caso visto dal basso (se non fin troppo dall’alto); nel secondo visto dall’interno quando il pugno nel proverbiale guanto di velluto colpisce facendo male, se addirittura non si arma e in questo caso ci si trova di fronte a veri e propri fenomeni degenerativi. So bene che qui il discorso si complica, toccando quella che è la natura dell’uomo e dirò senza mezzi termini che, a mio avviso, la democrazia, pur con tutti i suoi limiti e i suoi difetti, sia preferibile a qualsiasi altra forma di governo, per poco che sia vissuta responsabilmente da eletti ed elettori.

L’ingresso del palazzo di cui parlo affaccia sulla Fontana delle rane, forse l’angolo più luminoso, almeno in certe belle giornate, del quartiere Coppedè. Siamo a piazza Mincio al n.2, e il civico contrassegna il palazzo “senza nome”, come viene indicato dalle guide. Posto tra i villini e gli altri edifici che affacciano su quella piazza, non è meno bello né meno suggestivo degli altri.

Nel lontano 1930, sul finire del mese di settembre, pare il giorno 27, un giovane avvocato col volto sfregiato e due dita mancanti alla mano destra, indebitato fino al collo ma non tanto da trascurare una certa eleganza, sale gli scalini che conducono al portone d’ingresso dell’elegante palazzo. Forse s’incanta pure ad ammirare la volta a due colori e il disegno a coda di pavone che avvolge il vano d’accesso al portone e, dopo essere entrato nell’androne, sbircia le ricche decorazioni visibili nell’ampio spazio da cui si accede alla scalinata che conduce ai piani superiori. Non sappiamo quali istruzioni avesse ricevuto per arrivare all’appartamento dove era atteso senza troppo farsi notare. Non sappiamo se pronunciasse o meno al custode del palazzo il nome dell’importante personaggio che lo aveva convocato. In certi casi si ricorre a qualche piccolo sotterfugio e si dice per esempio il nome del vicino di pianerottolo, dove, una volta arrivati, si cerca la targa col nome giusto. Sappiamo con certezza che, salite le scale, l’avvocato giunse alla porta d’ingresso dell’appartamento nel quale si sarebbe tenuto un colloquio per lui importantissimo e drammatico per gli italiani.

Non sappiamo a che piano si trovasse l’appartamento. Qualcuno lo definisce, alquanto pleonasticamente “confortevole”, che è il minimo che possa dirsi di un appartamento di uno dei più belli e lussuosi palazzi del Coppedè.

In teoria l’incontro con l’altissimo funzionario di polizia si sarebbe dovuto svolgere, per logica, al Viminale dove gli accordi per una collaborazione avrebbero trovato un’ufficialità tale da rendere più tranquillo un avvocato che, per quanto giovane e spiantato sia, conosce il valore di certe formalità che tutelano in ogni accordo le parti interessate all’affare, a cominciare dalla più debole. D’altro canto è talmente disperato che deve adeguarsi alla situazione. Gliel’aveva fatto capire, a quanto risulta, nientemeno che Italo Balbo, il quale gli aveva dato l’idea di rivolgersi a chi avrebbe potuto risolvere ogni suo problema.

È in realtà del tutto ragionevole che Arturo Bocchini, al quale poco tempo dopo verrà appiccicato l’epiteto di Viceduce, ricevesse a casa propria, invece che al Viminale, Carlo Del Re, destinato di lì a pochi anni a diventare nel dopoguerra – quando si sollevarono alcuni (non tutti, purtroppo) dei coperchi opportunamente messi a coprire quel che per lungo tempo aveva bollito in pentola – una fra le spie più note dell’OVRA, la polizia segreta fascista.

Da parte di Bocchini la prudenza può essere suggerita dal fatto che il giovane fosse amico di Italo Balbo, rivale di Mussolini che a Mussolini avrebbe desiderato sostituirsi. Ma c’è un altro perché che scoprirà lo stesso Carletto, nome in codice di Del Re, quando qualche settimana dopo, allarmato, scriverà quel che probabilmente Bocchini sospetta, immagina o addirittura sa già da qualche tempo, che cioè alcuni membri dell’ “Alleanza Nazionale”, appartenenti al ministero dell’interno, informano i “giellisti” [gli affiliati al gruppo di Giustizia e Libertà, presso i quali Carletto s’è infiltrato  n.d.r.]  di quel che la polizia sa e trama contro di loro. ( cfr. P. Alatri, L’Antifascismo italiano, vol II Editori riuniti, 1973, p. 691). In effetti esiste una lettera in inchiostro simpatico spedita da Riccardo Bauer a Carlo Rosselli in data 5 ottobre 1930, oggi conservata nell’Archivio Tarchiani, nella quale si legge:

Roma, membri della nota “Alleanza nazionale per la libertà” segnalano che amici loro, impiegati al ministero interni, avrebbero saputo che tra noi qui vi sono delle spie (almeno due) le quali direttamente comunicano a Roma quanto facciamo.

Alleanza Nazionale è un raggruppamento antifascista costituito da politici e intellettuali che, dopo il delitto Matteotti, avevano con energia premuto per un ritorno alla “legalità”, alcuni di loro decidendosi nel 1929 di dar vita a un’associazione clandestina.

Inutile dire che, per quanto strapagato, Del Re, informato del contenuto di questa lettera, se la desse rapidamente a gambe, temendo per la sua stessa sopravvivenza. E infatti se, sulle prime, pare che nessuno sospettasse di lui, i “giellisti” aprirono presto gli occhi sulla triste verità, proprio quando, accampando scuse diverse, la spia mancò a un appuntamento. Ma ormai Carletto s’era dileguato.

A pensarci attentamente, la situazione di un gioco condotto su un doppio binario era stata la più logica e la più ovvia possibile. Noi sappiamo che infine fu Mussolini a prevalere. Ma, a parte il fatto che la vita di un uomo è attaccata a un filo, quale garanzia avevano allora quanti ricoprissero incarichi di governo che la situazione, instabile e precaria, non precipitasse? E forse di questo Arturo Bocchini era più che consapevole. Evidentemente, proprio nel corso di quel 1930, qualcosa lo persuase del fatto che il potere di Mussolini andasse consolidandosi, al punto da ritenere di non avere più scelte. E si schierò dalla sua parte.

A noi interessa il fatto che la trama per far cadere in un tranello “Giustizia e libertà” fosse intessuta negli spazi di un’abitazione privata, segno evidente di quanto Bocchini si sentisse in pericolo.

Piazza Mincio

Il compito non facile che diede a Carletto sarebbe stato quello di fomentare all’interno di “Giustizia e libertà” l’odio verso il fascismo, convincendo i militanti di quel raggruppamento a organizzare un attentato dinamitardo a scopo dimostrativo a Milano. A questo punto sarebbe stato facile prendere a pretesto l’accaduto per condannare a morte tutti i colpevoli, rei d’aver mirato all’incolumità dell’ignaro cittadino italiano, protetto e tutelato dal regime. Siamo al primo, documentabile, progetto con cui scientemente si mira a una strage di stato concepita per far ricadere ogni responsabilità su persone che devono passare per pericolosi attentatori della pace pubblica. Nessuna remora davanti all’eventualità che innocenti passanti potessero essere vittime di quell’attentato. E siamo al pugno che si arma per una pretesa ragione superiore, che non è altro se non il consolidamento di un governo che, nell’evidente timore di non esserlo, vuole apparire efficiente nella tutela del cittadino e della sua integrità fisica (e magari anche morale).

Sebbene il gruppo di “Giustizia e Libertà” non disdegnasse progetti di lotta armata, la proposta caldeggiata dal nuovo recente acquisto, valutata e discussa e sul punto d’essere quasi attuata, cadde per evidenti ragioni, quando si sospettò che l’uomo fosse una pedina della polizia fascista. E tuttavia, tra quanti furono tradotti in carcere, il ruolo di Del Re rimase ignorato, anche perché l’ineffabile avvocato fu imputato al processo come gli altri suoi compagni di lotta.

Gli arrestati, componenti il gruppo di “Giustizia e libertà”, furono tenuti all’oscuro della vera identità di Carletto, ufficialmente loro complice e, come tale, dichiarato contumace, mentre, dopo avere tentato di far danni anche in Argentina, era a Napoli, in un sicuro e lussuoso ritiro, strapagato dallo Stato, cioè dai contribuenti.

Il seguito della storia è noto: nell’impossibilità di mandarli a morte, vista la mancata attuazione dell’auspicato attentato,  i “giellisti” furono tratti in arresto processati e condannati a lunghe pene detentive. Più tenui furono, almeno ufficialmente, le misure prese nei confronti dei componenti di Alleanza Nazionale, ma alcuni di essi come Benedetto Croce e Umberto Zanotti Bianco erano degli “intoccabili”. Perciò, diffidati dal condurre attività politica (come Giovanni Antonio Colonna di Cesarò, ex ministro e nipote di Sidney Sonnino), furono messi a tacere con qualche segnale esplicito. Tale fu, a parte le minacce e qualche più duro avviso, il discorso tenuto da Mussolini il 27 ottobre 1930, quando l’Italia apprese che i nemici del regime, risparmiati nel ‘22, erano stati sconfitti.

Era trascorso un mese dall’incontro che a piazza Mincio n. 2 s’era avuto tra Carlo Del Re e Arturo Bocchini.