Roma, 13 Agosto 2020 - 11:00

Il quartiere segreto

Ludovico Fulci

Ex docente del liceo Giulio Cesare, scrittore e saggista

7 Luglio 2020

Quando studiavamo la letteratura italiana sul manuale del prof. Giuseppe Floccia

Ne ho trovato per caso una copia del 1970, quando il libro, edito dalla Loffredo di Napoli, era giunto alla sua settima edizione. Ma ricordo benissimo un’edizione precedente che era in camera delle mie sorelle, una delle quali studiava proprio su quel libro la letteratura italiana. L’edizione è quella la cui copertina è riprodotta nella foto.

Credo che un’edizione ancora più vecchia, con un assai sobrio disegno geometrico (tre righe che “spazzano” il campo della copertina) sia quella che i più curiosi possono trovare cercando su intenet. Più recente, “riveduta e ampliata”, con la riproduzione stilizzata della Torre di Palazzo Vecchio in copertina, è quella da me trovata su una bancarella del quartiere (foto2).

Non so quando il professor Giuseppe Floccia ebbe la cattedra di italiano e latino al liceo Giulio Cesare, dove insegnò per diversi anni. Ho potuto appurare che già nel 1936 era professore straordinario al liceo di Cassino, dove insegnava nelle classi ginnasiali. A meno che non si tratti di un’omonimia, il professore era nato verso il 1910, cosa plausibile perché nel 1970 era ormai vicino alla pensione e raccoglieva i frutti di un lavoro svolto nel corso di più anni. Erano tempi diversi da quelli di oggi e il professore di liceo godeva, specie in provincia, di una considerazione, di un rispetto particolari da parte degli studenti che dal bravo professore si sentivano in tanti casi affascinati.

Non parlo di storie d’amore (c’erano, potevano esserci, anche quelle). Parlo di quel fascino tutto particolare che fino a qualche tempo fa esercitava una persona di buona cultura, l’intellettuale, come veniva chiamato, figura oggi screditata (e non del tutto a torto) che, fino a qualche decennio fa, si poneva un po’ come un possibile modello da imitare per la pacatezza, il distacco, a cui si aggiungeva a volte un’ironia scherzosa, che erano utili ad affrontare questioni ritenute serie. È quanto capisco da quel che mi riferisce il mio amico Fabrizio Fabi, ex-alunno del Giulio Cesare, i cui nonni abitavano nello stesso stabile in cui viveva il professor Floccia.

Nel ricordo di Fabrizio, il professore era salutato dai condomini di via Sebino 32 con un senso di rispetto perché si sapeva che fosse una persona colta che aveva preso sul serio il suo compito di educatore. Siamo nel passaggio dagli anni Cinquanta agli anni Sessanta, quando Fabrizio ed io eravamo bambini, portavamo i calzoni corti e il sabato correndo o giocando al pallone da qualche parte ci sbucciavamo le ginocchia, estate o inverno che fosse, e d’inverno le nostre gambe erano livide per il freddo. È probabile però che quando Fabrizio varcò per la prima volta il portone del Liceo, il professor Floccia si fosse trasferito con la famiglia altrove. Il professore aveva tre figli Giovanni, Maria Cecilia e Massimo, come rivela la dedica alla settima edizione della sua Storia della Letteratura Italiana ed è probabile che, proprio con i proventi del suo libro, fosse riuscito a garantire alla sua famiglia una più confortevole e ampia sistemazione, nell’ottica allora dominante di una vita borghese e tranquilla.

Dai nostri professori (dai professori bravi) imparavamo a ragionare da adulti. Si rimaneva ragazzini ma si apprezzava la proprietà del linguaggio, la divagazione intelligente, l’aneddoto curioso, con cui la lezione di italiano o di filosofia o di storia si arricchiva di cose che sul libro non c’erano.

Ed era bello, in certi casi, lasciarsi guidare da qualcuno più esperto di te che sapeva più cose di te e non ti faceva pesare la tua ignoranza, anzi ti aiutava a farti sentire meno ignorante, proprio nel momento in cui ti conduceva ad assaporare qualche frutto prezioso della cultura letteraria, storica, filosofica, artistica che in Italia non è mai mancata.

Forte oggi di un’esperienza di insegnamento resa varia se non variopinta da una carriera scolastica che mi ha spinto a riciclarmi in più vesti, so quanto sia difficile trovare un buon manuale di letteratura da mettere in mano agli studenti. Dire le cose, affidandosi all’intelligenza dello studente, senza bisogno d’essere così maledettamente e pesantemente espliciti per cui in un dato contesto una parola ha quel particolare significato è cosa che oggi non usa più.

Nella sua storia della letteratura italiana Giuseppe Floccia, che sa di rivolgersi a degli studenti, non si limita a dire che Dante amò follemente Beatrice, ma scrive testualmente: “Nella prima giovinezza Dante amò e cantò nella Vita Nova Beatrice, identificata comunemente con Bice di Folco de’ Portinari, andata sposa a Simone di Geri de’ Bardi e morta l’8 giugno 1290. Ebbe altri amori, anche celebrati in versi, per una Violetta, una Lisetta, una Fioretta, una Pargoletta, una Pietra, una donna gentile.”

Sì, insomma! Dante ebbe i suoi amori, come ebbe la sua vita.

Io trovo sia giusto che un educatore riveli queste cose agli educandi, che non devono essere trattati come fanciulli più ingenui di quanto non siano. La vita è la vita e la scuola serve anche a imparare come si vive.


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