Roma, 10 dicembre 2019 - 18:50

Cose e case di Prati

Roberto Veneziani

Architetto e cultore della storia di Prati

21 novembre 2019

Quando Prati fu il centro del mondo: così cambia il quartiere per l’Esposizione del 1911

Nel mio precedente blog, abbiamo visto come fino agli anni ‘10 del Novecento l’espansione del quartiere dei Prati di Castello sia andata via via saturandosi. Nei primi anni del secolo comincia un’epoca molto felice per la crescita di Roma, epoca che vede una forte incentivazione dei servizi municipali, dell’edilizia popolare e delle opere pubbliche. Molto di questo si deve al sindaco Ernesto Nathan (Londra 1845 – Roma 1921) e alla sua giunta.

Il quartiere di “Piazza d’Armi” nel Piano Regolatore del 1909

Eletto nel 1907 Nathan, nato in una famiglia ebraica italo-inglese, mazziniano e massone di formazione profondamente laica, ha avuto, tra i suoi tanti meriti quello di aver varato un piano regolatore nel 1909, redatto dall’ingegner Edmondo Sanjust di Teulada (Cagliari 1858 – Roma 1936). Questo piano prevedeva tutte le zone di espansione della città, tra cui un nuovo quartiere nella zona di piazza d’Armi. Il tessuto a scacchiera del vecchio Prati, viene raccordato con uno a raggiera, già riconoscibile nella piantina, con al centro la piazza che verrà poi intitolata a Giuseppe Mazzini.

Il piano di Sanjust, fortemente innovativo per l’epoca, prevedeva ampi viali alberati, di larghezza proporzionata all’altezza delle case, e a lui dobbiamo molto della piacevolezza e dell’ampio respiro che possiede ancora oggi la viabilità della zona.

Il piano venne radicalmente modificato nella variante 1925, nel periodo del Fascismo, e poi nel nuovo Piano regolatore del 1931, per le pressioni dei costruttori che volevano sfruttare meglio il suolo, a scapito della vivibilità dei quartieri.

Nel 1911, Roma viene interessata da un avvenimento molto importante: l’Esposizione nazionale in occasione del cinquantenario del Regno d’Italia. Si decide di localizzare la manifestazione in due poli, collegati da un nuovo ponte sul Tevere: la zona di valle Giulia (dove verranno ospitate le accademie straniere che ancora vediamo) e la Galleria nazionale di arte moderna, collegata da un viale imponente e dal Ponte del Risorgimento al secondo polo, realizzato nella zona di piazza d’Armi, (dove verranno localizzati i padiglioni etnografici regionali). Il Ponte del Risorgimento è un’opera assai ardita per l’epoca, primo ponte a essere costruito in cemento armato con un’unica arcata di 100 metri, col sistema brevettato dal francese François Hennebique, fu realizzato tra il 1908 e il 1911. Due lapidi in marmo, incassate sul parapetto nella mezzeria, ricordano l’inaugurazione e i nomi dei costruttori.

Il Ponte del Risorgimento in costruzione

L’area della Piazza d’Armi non fu scelta a caso, in quanto i terreni di quella zona erano tutti di proprietà del demanio, quindi a disposizione dell’amministrazione; per questo motivo dopo l’Esposizione saranno definitivamente urbanizzati e assegnati ad enti statali di edilizia pubblica e di cooperative per l’edificazione.

Coordinatore del progetto fu nominato il giovane architetto Marcello Piacentini, figlio d’arte (il padre Pio era un noto progettista autore del Palazzo delle Esposizioni a via Nazionale) e già affermato professionista.

Pianta dell’Esposizione universale in piazza d’Armi

Nella pianta dell’Esposizione potete notare come l’assetto configuri già in parte la viabilità del quartiere. I due viali alberati che si dipartono dal ponte rimarranno nel tessuto urbano e diventeranno viale Mazzini e via Prestinari. All’incrocio dei due viali fu realizzato un pomposo portale d’ingresso all’esposizione, realizzato, come i padiglioni, con materiale effimero e distrutto alla fine dell’esposizione, esattamente dove ora è la piazza Monte Grappa.

Portale d’onore dell’Esposizione universale

In questa piazza, nel 1960, il famoso architetto milanese Giò Ponti (Milano 1891 – 1979), noto per aver progettato il Pirellone, realizzò per la Philips l’edificio col prospetto curvo all’angolo delle due strade, poi passato alla Rai. Il palazzo è attualmente di proprietà del gruppo Finmeccanica che ha donato nel 2003 alla città la bella statua della Dea Roma dello scultore polacco Igor Mitoraj che si può ammirare nei giardinetti prospicienti il ponte, disegnato negli anni ’30 dall’architetto De Vico.

Scultura di Igor Mitoraj

Sul lungotevere, tra le odierne piazze Monte Grappa e Delle Cinque Giornate e nelle vie retrostanti, furono edificati alcuni villini e alcune case a maggior densità, che facevano parte dell’esposizione di architettura. Molte di queste costruzioni sono ancora visibili oltre che sul lungotevere anche su viale Mazzini, via Nicotera, via Avezzana e via Menotti. La caratteristica di questa esposizione era quella di mostrare al pubblico diverse tipologie edilizie con diverse finiture, destinate a ceti sociali diversi. I villini sul lungotevere erano edifici di lusso, come all’alta borghesia era dedicato il bel complesso di Giovanni Battista Milani (Roma, 1876 – 1940) su viale Mazzini. Altre case, come quella di via Menotti, erano destinate ai ceti meno abbienti.

Viale Mazzini

Terminata l’Esposizione, l’edificazione del quartiere subì negli anni successivi un forte rallentamento, a causa della prima guerra mondiale. Se osserviamo la foto aerea del 1919, notiamo che è ancora riconoscibile la forma a mongolfiera del tessuto dell’Esposizione internazionale, e che è in corso di realizzazione il tessuto viario soprattutto nella zona prospiciente alle caserme; appena abbozzata la forma di piazza Mazzini.

Veduta aerea 1919

Il comune, trovandosi in possesso di una grande quantità di terreni demaniali, non perse l’occasione per varare la costruzione di un quartiere modello, realizzando prima dell’edificazione le infrastrutture e il tessuto viario, adattando il tracciato del piano regolatore del 1909 a quanto restava di edificato della manifestazione (come si nota bene nella foto aerea sul lungotevere e nelle vie retrostanti).

L’amministrazione comunale assegnò l’edificazione dei lotti a enti pubblici, cooperative e imprenditori privati per la definitiva urbanizzazione della zona. Nacquero così negli anni ‘20 intorno a piazza Mazzini numerose costruzioni di qualità, realizzate dall’Istituto autonomo case popolari, L’Istituto nazionale per le case degli impiegati statali, dall’Istituto case per i dipendenti del governatorato di Roma, di cooperative e di grosse imprese come l’Istituto romano di beni stabili. I progettisti furono Quadrio Pirani, Innocenzo Sabbatini, Mario De Renzi e tanti altri. Di queste case, che formano il panorama piacevole della piazza e del suo intorno, coronato dal bel giardino centrale di Raffaele De Vico, torneremo a parlare in futuro su questo blog.

Se si confronta la pianta del 1919 con quella del 1924 si può notare  come in questi cinque anni l’assetto del quartiere sia ormai consolidato e come tutta la zona vada saturandosi: il lato nord di viale delle Milizie è tutto edificato fin oltre viale Angelico, non è ancora disegnata la piazza Bainsizza ma l’antica base geodetica di piazza d’Armi è diventata viale Carso dove, oltre viale Angelico sorge un quartierino a bassa densità composto di villini e palazzine, molti ancora esistenti. Già costruito il deposito dell’Atac e il magniloquente isolato del Sabbatini per l’Iacp, compreso tra via Oslavia via Sabotino e via Monte Santo.

Pianta 1924

Entro il 1930 il quartiere sarà quasi completamente saturato. Rimangono solo pochi lotti liberi, edificati negli anni ’30 e ’40 e, a parte qualche sostituzione negli anni ’60, il tessuto edilizio rimarrà sostanzialmente inalterato, contrariamente ad altri coevi di Roma.

Da ricordare che nel 1925, ormai in epoca fascista, una variante al piano regolatore sollecitata dai costruttori romani, aumenterà vistosamente gli indici di fabbricabilità fissati dal Sanjust poi confermati nel nuovo piano del 1931. Il risultato si può notare osservando gli edifici intensivi (fino a 10 piani) realizzati nell’ultima parte del viale Angelico e nella parte di viale Mazzini verso piazzale Clodio.

Una curiosità sulla toponomastica del quartiere mi viene segnalata dallo storico Vittorio Vidotto, autore di un prezioso volume sull’espansione della Roma postunitaria (“Roma Contemporanea”, Bari 2001): in una delibera comunale del 1920 veniva stabilito che le nuove vie del quartiere, accanto a quelle già intitolate ai patrioti e i martiri del Risorgimento tra piazza Mazzini e le caserme, fossero destinate ad “eternare i fasti e gli eroi della quarta guerra dell’indipendenza”. Alla piazza all’arrivo di ponte Risorgimento fu dato il “nome glorioso di piazza del Monte Grappa, riservando di proporre quanto prima i nomi da darsi a tutte le altre strade comprese in quella zona, sulla scorta delle notizie ufficiali che saranno fornite dai competenti uffici del Ministero della guerra”. Su suggerimento del ministero quindi, furono assegnati i nomi delle attuali strade Oslavia, Bainsizza, Col di Lana e altre, come anche quelle di alcuni marescialli, generali e militari caduti durante la guerra.

Altro libro che consiglio, per chi volesse approfondire gli argomenti trattati per meglio conoscere l’espansione della Roma postunitaria è “Roma Moderna” di Italo Insolera, Torino 1962/2011.

Per chi volesse documentarsi meglio sull’espansione del quartiere attraverso la cartografia, consiglio la consultazione della poderosa opera in tre volumi di Amato Pietro Frutaz “Le piante di Roma”, edita dall’Istituto nazionale di studi romani nel 1962.