Roma, 3 Giugno 2020 - 13:32

Cose e case di Prati

Roberto Veneziani

Architetto e cultore della storia di Prati

21 Maggio 2020

L’incrocio maledetto tra viale Giulio Cesare e via Fabio Massimo, segnato per sempre dalla follia nazista

Oggi non vi parlerò propriamente di edifici di Prati, ma di alcuni terribili fatti storici accaduti in alcuni di questi durante l’occupazione tedesca; tutti i fatti che vi racconterò sono accomunati da una curiosa prossimità territoriale che mi ha portato a chiamare l’incrocio tra viale Giulio Cesare e via Fabio Massimo l’“incrocio maledetto”.

La mappa che indica i punti delle tragedie consumate nell'”incrocio maledetto”

Due di questi fatti coinvolgono le caserme dell’esercito e dei carabinieri del cui ruolo strategico per la difesa di Roma vi ho già parlato, e che dagli anni ’80 dell’Ottocento delimitavano il quartiere di “Prati di Castello” dalla piazza d’Armi. Gli altri due fatti invece riguardano l’edificio sempre di fine Ottocento compreso fra viale Giulio Cesare, via Fabio Massimo, via degli Scipioni e via Caio Mario.

Alcuni anni fa, quando lo scultore tedesco Gunter Demnig cominciò a posare a Roma le sue Stolpersteine  (pietre d’inciampo) in ricordo delle vittime dei campi di concentramento nazisti nell’ultima guerra mondiale, insieme a mia sorella decisi di apporne alcune, in varie parti della città, per una decina di parenti dei nostri genitori, deportati ad Aushwitz.

Le pietre d’inciampo, come molti di voi sapranno già, sono dei sampietrini placcati in ottone, incastonati sul marciapiede davanti alle case da cui tante persone (ebrei, zingari, partigiani) furono strappate per essere deportate nei campi di concentramento. Lo scultore stesso, che nel 1992, a Colonia, inventò questo atto civile e artistico per perpetuare la memoria di questi fatti vergognosi nel tessuto urbano, gira l’Europa ancora adesso per porre in opera lui stesso le sue Stolpersteine.

Vale la pena ricordare come allo scultore venne l’idea di riempire l’Europa delle sue pietre: si trovava appunto a Colonia, durante una mostra commemorativa sulla deportazione dei Sinti e Rom, quando una signora di passaggio si mise a polemizzare con lui sul fatto che a Colonia non c’erano mai stati zingari. Lui le fece notare che non ce ne erano più proprio perché erano stati tutti sterminati durante il nazismo. Questo episodio gli fece realizzare che in una generazione si era totalmente persa la memoria dei tragici fatti accaduti ed elaborò attraverso la sua arte questi segni indelebili della memoria, da apporre nei luoghi dove la tragedia aveva avuto luogo.

Un momento della cerimonia per la posa delle pietre d’inciampo in viale Giulio Cesare 198

Tre di queste pietre si possono vedere davanti al civico 198 di viale Giulio Cesare in ricordo di una anziana coppia di nostri parenti, Giulio e Virginia Mortera, e della loro figlia Jole, quarantenne, strappati dalla loro casa nella famigerata razzia del 16 ottobre 1943. La famiglia Mortera gestiva da anni una merceria in via Fabio Massimo. La figlia Jole, nubile, ci ha lasciato un commovente testamento redatto poco prima della deportazione, che comincia con questa frase: “Siamo in tempo di guerra, sotto il pericolo di incursioni ed epidemie e altro; si può morire da un momento all’altro. Quindi, giacché siamo ancora tutti sani e tranquilli, desidero stabilire ora le volontà …”.

Una foto di Jole da bambina

Il giorno della posa delle pietre, alla presenza di molti familiari e della presidente dell’allora XVII Municipio Antonella de Giusti, ho realizzato che intorno a quell’incrocio erano accaduti altri tre atti terribili, nell’arco di pochi mesi.

L’anno prima, il 28 gennaio del 2010 erano state posate altre dodici pietre di inciampo, che si possono vedere in via Carlo Alberto Dalla Chiesa, davanti alla caserma allievi Carabinieri “O. De Tommaso”, in memoria di altrettanti militari dell’Arma deportati in campi di concentramento tedeschi e mai più tornati.

Pochi giorni prima della razzia degli ebrei romani, più precisamente il 7 ottobre 1943, il comando tedesco di Roma decise, in maniera preventiva, di deportare più di duemila carabinieri di stanza nella caserme di tutta la città, ritenendoli inaffidabili, a differenza del corpo di Polizia, ampiamente fascistizzato (non si dimentichi che i carabinieri facevano un giuramento di fedeltà al re, e molti di loro si rifiutarono di aderire alla repubblica di Salò per questo motivo).

La caserma “De Tommaso” e una delle pietre di inciampo messe in opera

Le pietre messe in opera in via Carlo Alberto Dalla Chiesa ricordano i dodici allievi, tra i 18 e i 25 anni, che non tornarono mai dai campi a guerra finita. Quel giorno del 2010 andammo anche noi alla cerimonia dell’apposizione delle pietre alla presenza di autorità civili, militari, e di alcuni carabinieri reduci della razzia che fecero un commovente racconto degli avvenimenti di quel giorno.

Un altro fatto di sangue avvenne all’angolo simmetricamente opposto a quello della deportazione dei miei parenti, tra via Carlo Alberto Dalla Chiesa e viale Giulio Cesare: l’assassinio a sangue freddo di una popolana romana, Teresa Gullace, da parte di un militare tedesco.

Teresa era la moglie di Girolamo Gullace, aveva 36 anni, madre di cinque figli e in attesa del sesto. Si trovava lì la mattina del 3 marzo 1944, insieme ad altre donne, per protestare contro l’arresto dei loro parenti, mariti e fratelli, effettuato tra la popolazione qualche giorno prima, il 26 febbraio, per reclutare forzatamente braccia da lavoro da deportare in Germania. Dalle testimonianze dell’epoca si sa che Teresa, avendo visto il marito prigioniero da una finestra del primo piano, cercò di passargli del cibo, un militare si avvicinò e dopo averla diffidata, sparò un colpo di pistola che colpì la donna alla gola, uccidendola.

Teresa Gullace

Ci sono varie testimonianze, a volte discordanti, sull’accaduto. Pare che tra la folla ci fossero alcuni partigiani, tra cui Rosario Bentivegna e Carla Capponi, noti per aver partecipato all’attentato di via Rasella, e Laura Lombardo Radice, moglie del leader del Pci Pietro Ingrao, che inscenarono una manifestazione pacifica. In poco tempo si creò un capannello di gente e il corpo di Teresa fu ricoperto di fiori. Alcuni riportano che dall’accaduto scaturì un tafferuglio con spari e che un fascista rimase ucciso. I tedeschi in seguito liberarono il marito di questa povera donna. I partigiani presenti elaborarono nel pomeriggio un volantino che fu diffuso tra la popolazione. Questo fatto orribile fu di ispirazione a Roberto Rossellini per la famosa scena del film “Roma città aperta”, nella quale l’indimenticabile Anna Magnani viene uccisa con una raffica di mitra mentre insegue la camionetta di nazisti che sta portando via suo marito.

Sempre a pochi metri dall’incrocio fu attuata un’altra azione partigiana il 18 dicembre 1943 nella trattoria “Antonelli” in via Fabio Massimo 101, affollata di militari tedeschi e fascisti. Il locale, ancora oggi sede di un ristorante, è ubicato come molti altri nel seminterrato di un palazzo ottocentesco di Prati. I resoconti dell’accaduto sono incompleti e discordanti, sia tra varie fonti dei partigiani, sia tra le fonti della polizia, come discordante è il numero di morti e feriti. L’azione fu uno dei primi atti di guerriglia rivendicati dai Gap (Gruppi di azione patriottica) che volevano far sentire la loro presenza dalla popolazione.

Nell’esauriente voce che Wikipedia dedica all’argomento (“Attentato di via Fabio Massimo”) che consiglio di leggere per un approfondimento, viene riportato un passo di un articolo dell’Unità, che all’epoca veniva stampata in clandestinità, dal titolo: “Audace attacco contro un covo di tedeschi e fascisti”. Qui sotto trovate copia del trafiletto e una foto del portone della trattoria.

Altre fonti riportano invece che la bomba fu lasciata sotto un tavolo da una coppia di noti gappisti, che avevano cenato nel ristorante.

“Audace attacco contro un covo di tedeschi e fascisti”

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