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20 marzo 1979. Pecorelli viene fatto tacere per sempre in via Orazio

di Sergio Campofiorito

Poco più di quaranta anni fa, Carmine Pecorelli era una delle penne più temute del giornalismo. Mino, dalle pagine del suo periodico, Osservatore Politico, svela retroscena e rende di dominio pubblico informazioni sconcertanti. Come emerge dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia massonica P2 nel 1987 (a cui risulta iscritto) Pecorelli ha fonti un po’ dappertutto, tra cui servizi segreti e arma dei carabinieri. Sa cose compromettenti e non si fa troppi scrupoli a rilevarle, sparando a zero su qualsiasi schieramento politico e persino sul Vaticano (celebre la copertina dell’Op “La grande loggia Vaticana”), facendosi tanti, troppi nemici.

Carmine Pecorelli

Il giornalista, che prima di morire annunciava incredibili restroscena sul delitto Moro, viene fatto tacere definitivamente il 20 marzo 1979.

Pecorelli è appena uscito dalla sede del suo giornale in via Tacito 50 e si dirige in via Orazio dove ha parcheggiato l’auto. Si siede al volante ma mentre fa manovra qualcuno si avvicina e picchietta sul finestrino. Quando il giornalista si volta incrocia la canna di una pistola silenziata dalla quale vengono esplosi quattro colpi calibro 7,65, marca Gevelot. Sono proiettili assai particolari, introvabili persino al mercato nero, a Roma gli unici a usarli sono i componenti della banda della Magliana. 

Nel 1993, le parole del pentito di mafia, Tommaso Buscetta, indicano in Giulio Andreotti il mandante dell’omicidio e nell’esponente di Cosa Nostra Gaetano Badalamenti l’esecutore. Dopo una prima assoluzione nel settembre 1999, nel 2002 la corte d’assise d’appello di Perugia emette una condanna a 24 anni per entrambi. La sentenza viene ribaltata dalla corte di cassazione nell’ottobre 2003, annullando senza rinvio la condanna.

Cala così il silenzio su Pecorelli che si porta nella tomba le verità indicibili per le quali è stato ucciso.

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