Monte Mario | La Storia

15 gennaio 1872: quando Henry James fu rapito dal “pino più grande di Roma”

di Sergio Campofiorito

La città ha le sue cupole, le torri, i tetti che, da lontano, permettono di riconoscere le varie zone. Anche Prati ha un punto di riferimento unico, un monumento naturale che svetta contro il cielo, visibile a chilometri di distanza: è il pino di Monte Mario.

Il 16 gennaio 1872, lo scrittore americano Henry James, siede sotto al pino con gli occhi rivolti al cielo, come annota nel suo taccuino di viaggio “Ore italiane”. James soffre di una sorta di mal d’Italia, un amore così intenso per questi luoghi da tornare a visitarli a più riprese. Il letterato, 148 anni fa, si inerpica lungo il sentiero che porta a Villa Mellini, il parco è deserto, c’è soltanto un contadino che, dietro a un piccolo compenso, apre l’accesso al “più bel viale di lecci visto in Italia”. Seguendo il viale, sia arriva al “famoso pino solitario”.

Henry James

James sa bene che l’albero è un sopravvissuto: circa mezzo secolo prima, infatti, stava diventando legna da ardere. Nel 1821, il proprietario del terreno vuole abbattere il pino e farne cenere da caminetto. Ma un gentiluomo d’oltremanica, Gerge Beamount, pari d’Inghilterra, non potrebbe permetterlo. Il pino di Monte Mario è talmente bello e grande che abbatterlo sarebbe sfregiare il panorama. Il lord, allora, decide di comprarlo così com’è, dalle radici fino alle foglie, sborsando un’ingente quantità di denaro.

Ai proprietari fa promettere che non lo toccheranno finché non sarà la natura a decretarne la fine.

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