Prati | La Storia

12 gennaio 1889, dal Tevere riemerge una ragazza dai capelli di felce

di Sergio Campofiorito

Nella metà del II secolo d.C., la giovane Crepereia Triphaena, si prepara per incontrare il suo promesso sposo. Dovrà indossare una tunica bianca e un velo color arancio che le copre viso e capelli, la fronte sarà cinta da una corona di mirto.

Al dito della mano indossa un anellino con cammeo, sopra è inciso il nome “Filetus”, forse quello del suo uomo. Il rito tradizionale impone che, prima dello sposalizio, la ragazza rinunci a tutto ciò che rappresenta l’infanzia, anzitutto i giochi e le bambole, offrendoli in pegno agli dei protettori. Crepereia, però, non si separerà mai dai balocchi, né uscirà mai dall’infanzia. Morirà poco prima del rito e verrà sepolta nelle terre su cui secoli dopo sorgerà il Palazzo di Giustizia.

La bambola di Creperia

La storia della sventurata è giunta fino a noi grazie all’incredibile scoperta avvenuta il 12 gennaio 1889, durante i lavori per la costruzione del Palazzaccio. Esattamente 131 anni fa, il sarcofago della fanciulla riemerge dalle acque come una divinità fluviale. Quando gli archeologici aprono il coperchio, sotto a un sottile strato d’acqua, come pietoso sudario, trovano un teschio ancora coperto da lunghi capelli neri, capelli che si rivelano essere una pianta acquatica cresciuta all’interno della tomba.

L’emozione di quel ritrovamento, struggente e poetico, si riversano in una poesia di Giovanni Pascoli dedicata alla fanciulla dai capelli d’alga: “Ti nascondevi, o fanciulla, / nell’acqua trasparente, e sull’onda nuotavano i tuoi capelli di felce. / Avevi concesso alla notte oscura / il privilegio di scioglierli?”.

Accanto alla serica chioma, rimane la sua bellissima bambola d’avorio e parte del correndo, non più nuziale ma ormai funebre.

Oggi, Crepereia riposa in una sala della Centrale Montemartini in via Ostiense 106.