Roma, 14 Aprile 2021 - 22:51

Storie da tram

Francesca Piro

Anatomopatologa e fondatrice del salotto letterario "“La linea d’ombra”

4 Gennaio 2021

Io, medico, vi racconto cosa ho provato quando mi sono vaccinata

È freddo questa mattina, c’è umidità. Questa notte ha piovuto e io ho dormito poco. Come al solito quando piove, io non riesco a dormire. C’è aria da primo giorno dell’anno. È il primo giorno dell’anno! Ma siamo anche in fascia rossa, quindi davvero le strade sono deserte. Nessuno in giro per il quartiere. Silenzio. Arrivo alla fermata del tram in piazza Buenos Aires e nell’attesa mi guardo intorno, curiosa di cogliere qualcosa nell’aria che mi parli di questo 2021 nuovo di zecca.

Sono distratta, però. La testa vola, non riesco a stare ferma, fremo sperando di vedere il tram arrivare. Ho un appuntamento. Devo essere in ospedale per le 9, sono stata convocata per fare la vaccinazione anti-SARS Cov2, contro il virus, quello che ci sta addosso da mesi, che ci ha devastato nel cuore e nella testa e che non ci permette di vivere come vorremmo. Sono emozionatissima.

In ospedale, all’ingresso della sala vaccinazioni una lunga fila di colleghi. “Poi dicono che non ci vogliamo vaccinare”, borbotto. La fila scorre lentamente, si entra 5 per volta. Finalmente è il mio turno, mi batte forte il cuore. “Prego, dottoressa, al box 3”. Vado. E allora è successo che la vaccinatrice era stata una paziente di mio padre, è successo che ha riconosciuto il mio cognome, che abbiamo parlato di lui, di come era, di quanto i suoi pazienti gli volessero bene e del rapporto straordinario che lui riusciva a creare con loro. Commossa, con gli occhi pieni di lacrime, le ho fatto tante domande. E allora è successo che è come se quel vaccino me lo avesse dato mio padre e oggi che il braccio è un po’ dolente lì dove l’ago è entrato, a me capita di pensare che è lui che mi stringe forte.

Sono molto orgogliosa. È un grande momento questo, che rimarrà nella storia della medicina e dell’umanità. Nel mio ospedale, i box di vaccinazione sono collocati nella parte antica, quella che sia chiama Corsia delle Donne. È una sala grandissima, lunga 70 metri, larga 12, alta quasi 20. Era l’ospedale delle donne, dove si andava a partorire. E mentre aspetto, seduta, i 15-20 minuti di monitoraggio post vaccino, mi guardo intorno e rifletto sull’intuizione del tempo. Nella metà del 1300, quando più o meno questo ospedale è stato fondato, le malattie infettive falcidiavano la popolazione. Non c’erano farmaci, tantomeno i vaccini. Si era però capito che alcune malattie si trasmettevano con il respiro. Ecco perché queste sale amplissime; ecco perché le grandi finestre, enormi, gigantesche; ecco perché i giardini. E penso a noi, di questo tempo, che avevamo dimenticato cosa fossero le malattie infettive e che ancora, dopo tanti mesi, non siamo in grado di accettare che una malattia possa essere trasmessa con un respiro, con un sospiro, con una risata, con una stretta di mano.

Sono uscita dalla Corsia delle Donne pensando alle donne che in questo anno sono state un riferimento. Per l’intuizione, per il punto di vista laterale, per l’abnegazione, per averci riportato sempre al punto della discussione. Penso alla collega anestesista del “paziente uno”, che fuori protocollo e nell’incertezza di una diagnosi che non c’era, ha chiesto la ricerca del SARS-CoV2 sul tampone di quell’uomo ammalato; penso alle colleghe ricercatrici dello Spallanzani che hanno isolato il virus dalla coppia cinese intercettata a Roma; penso all’infermiera stravolta dalla stanchezza, che dorme con la testa appoggiata sulla tastiera del pc; penso all’infermiera che, con i segni sul viso dovuti ai dispositivi di protezione indossati per ore e ore, risponde a un politico ciarlatano; penso alle donne e agli uomini che in questi mesi non si sono mai tirati indietro e che sempre hanno accolto, ascoltato, curato, salvato vite umane. E a tutti quelli che hanno accompagnato la fine dei loro pazienti, consapevoli del fallimento di ogni terapia, inerti davanti alla devastazione provocata dal virus.

È a loro che rivolgo il mio pensiero. E a loro dico “grazie”. Avrei potuto esserci io e non so se avrei potuto farcela.

Dal 27 dicembre è partita la riscossa. Avanti, a ranghi serrati. È ancora lunga, è ancora il tempo delle mascherine, del distanziamento fisico, delle sanificazioni. Ci vorranno ancora tanti mesi, ma la strada è segnata. Andiamo avanti!

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