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L’analisi: La candidatura della Raggi e una Capitale senza governo

di Luigi Carletti

L’idea dei Cinquestelle di ricandidare Virginia Raggi a sindaco di Roma ha suscitato sorpresa e forti critiche in larghi settori dell’opinione pubblica. Diversi commentatori hanno sottolineato che probabilmente si tratta di una decisione presa da chi non vive a Roma (uno per tutti, Beppe Grillo) e quindi non percepisce lo “sgradimento” dei romani verso la sindaca.

Alla luce dei fatti, e di un sereno bilancio di questa legislatura, si tratta di critiche assolutamente logiche e ampiamente motivate. Ma la logica, intesa come capacità di ragionare razionalmente sui fatti, sappiamo che non è propriamente una delle caratteristiche più forti del Movimento. Anzi, potremmo dire che l’illogicità di certe posizioni e dei conseguenti atti politici è stata in questi anni una delle prerogative grilline: l’anima populista dei Cinquestelle non risponde al “ragionamento”, ma semmai alla sua negazione fatta di battaglie ideologiche e liste di proscrizione che mettono insieme pulsioni dell’antipolitica, antisistema… antitutto.

Virginia Raggi in questi anni di amministrazione romana si è raccontata spesso come una donna presa di mira dalle opposizioni e dai media in quanto figura “antisistema”, fuori da qualsiasi gioco di lobby, estranea ai potentati e alle varie confraternite che da sempre hanno forti connessioni con tutte le forze politiche romane. Può darsi che sia effettivamente così: molti elettori grillini ci credono e la rivoteranno per questo. Solo per questo.

Ma per chi vive a Roma senza il paraocchi, e con Roma deve farci i conti tutti i giorni in termini di efficienza dei servizi, di funzionamento generale della città e di programmazione del futuro, l’immagine della Raggi assume contorni leggermente diversi. Il punto è che la sindaca e i suoi assessori hanno letteralmente buttato via quattro anni senza lasciare traccia non solo nell’ordinaria amministrazione, ma soprattutto nella programmazione dei prossimi anni per una Capitale che sta perdendo drammaticamente terreno nel confronto con le altre grandi città dell’Occidente e del mondo. Come sappiamo, il debutto di questa giunta fu marchiato dal no alla candidatura per le Olimpiadi e da lì in avanti fu un trionfo di scontri con l’allora governo di centrosinistra. Poi è arrivato il governo con la Lega, che grazie a Salvini è durato un anno. E dall’estate scorsa è subentrata l’alleanza dei Cinquestelle con il Pd.

Va detto che in questo ultimo anno – e in particolare durante la gestione dell’emergenza Covid – alcuni ministri grillini hanno contribuito non poco a far cambiare l’idea che in tanti avevano dei Cinquestelle: dunque, tra quelli dell’antipolitica, c’è anche qualcuno capace di far politica, e lo stesso Grillo ha assunto posizioni che – condivisibili o meno – appaiono improntate a un confronto più serio e costruttivo. In virtù di questo clima di lavoro in stato d’emergenza, da sinistra le critiche alla Raggi si sono molto attenuate, lasciando il posto a quelle della Lega e di Fratelli d’Italia, che alle prossime elezioni puntano a prendersi il Campidoglio.

La candidatura della Raggi, per Grillo e compagni, sembra rispondere quindi a una doppia esigenza: da un lato, intercettare ancora l’elettorato grillino della prima ora sottraendolo, per quanto possibile, alle sirene leghiste e “meloniane”; dall’altro, spendere una figura che, sia pur logorata da una legislatura fallimentare, nel Movimento non ha molte alternative. Il tutto, guardando ai giochi nel governo centrale e all’alleanza con il Pd. Ai margini, ma molto ai margini, ci sarebbe poi un tema non irrilevante come quello del miglior governo possibile per la Capitale. È un tema che, stando ai sondaggi, riguarderà i Cinquestelle in misura molto minore rispetto al passato, ma è il problema che i romani vivono ogni giorno sulla pelle. Un problema talmente antico che probabilmente per molti può continuare ad aspettare.


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