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“Io, infermiere al Sant’Andrea, vi racconto come combattiamo contro il Covid-19”

di Paolo Riggio

Fine turno. Francesco Sauve è appena uscito. È stanco. È stato un turno duro. “Dopo 5 ore con mascherine, visiere, guanti e tute idrorepellenti non ti senti più gli occhi e le mani”. Francesco, 28 anni, è un infermiere del reparto Covid all’ospedale Sant’Andrea di via Grottarossa. È uno dei tanti eroi chiamati d’urgenza nei nosocomi per dare supporto in questo periodo di emergenza.

“La mia vita è completamente cambiata – spiega a Roma H24 – qui un collega al giorno contrae il virus, ma dobbiamo tenere duro”. Francesco Sauve racconta la sua giornata tipo nel reparto Covid-19, parlando delle sue paure, delle condizioni dei contagiati e dei tanti messaggi di solidarietà e vicinanza che i suoi colleghi, amici e parenti gli stanno mandando in questi giorni.

Francesco, partiamo dal principio. La chiamata d’urgenza del Sant’Andrea è arrivata circa dieci giorni fa. Ha mai pensato di rifiutare?
“Onestamente sì. I primi giorni ero davvero spaventato. Non solo per la possibilità di contrarre il virus, ma anche per il rischio di contagiare chi amo di più, dalla mia compagna ai miei familiari. Appena ho ricevuto la chiamata del Sant’Andrea ho deciso di auto isolarmi, andando a vivere da solo”.

Ci racconta il suo percorso prima di arrivare al Sant’Andrea?
“Mi sono laureato in Scienze Infermieristiche nel 2013 e subito dopo ho trovato lavoro a Nuova Villa Claudia, clinica privata del Fleming, dove ho trattato principalmente anziani. È stata un’esperienza molto bella, mi ha fatto capire molte cose. Abitando a Roma Nord ho sempre cercato di rimanere da queste parti per stare vicino alla famiglia e agli affetti”.

Come hanno reagito in famiglia alla sua decisione?
“Erano terrorizzati inizialmente, ma mi hanno dato grande forza. Hanno capito che in questo periodo drammatico una persona che fa il mio mestiere deve essere in prima linea. Ho ricevuto un grande appoggio da tutti, davvero. Alcuni messaggi mi hanno commosso”.

Ci racconta il suo turno all’interno del reparto Covid-19?
“Lavoriamo circa 5 ore al giorno nel reparto. È dura, non solo per la pericolosità del virus ma anche perché lavorare con tutti i dispositivi di sicurezza individuale è molto più complicato e faticoso sia in termini di visibilità sia di manualità. Dobbiamo stare attenti a ogni dettaglio per evitare di essere contagiati o in alcuni casi, di contagiare. È fondamentale comunicare tra colleghi, seguire tutte le disposizioni e non sbagliare nulla”.

28 anni, romano, da settimane lavora nel reparto Covid-19

Quanti suoi colleghi sono stati contagiati?
“Non so dirvi il numero preciso ma sì, quasi ogni giorno qualcuno di noi contrae il Coronavirus. Nonostante tutti i presidi purtroppo, la possibilità di ammalarsi esiste eccome”.

Come affrontate la paura voi infermieri?
“La paura c’è non voglio mentire, ma mi ha colpito tantissimo lo spirito di sacrificio dei miei colleghi, sia di quelli più giovani sia di quelli più esperti. C’è grande voglia di aiutare i contagiati e di proteggerci a vicenda. Quello che stiamo facendo dovrà essere ricordato, molti infermieri, anche del reparto del Sant’Andrea, sono stati contagiati dal Coronavirus. Diciamo che più che paura c’è rassegnazione”.

Cosa intende?
“Siamo entrati nell’ottica che molti di noi si ammaleranno di Covid-19. Nessuno ci ha costretti a diventare infermieri, nessuno. C’è chi ha scelto questo mestiere per vocazione, chi per avere un posto di lavoro sicuro. Quando si prendono certe decisioni lavorative bisogna mettere in conto tutte le conseguenze”.

Che tipo di protezioni avete?
“Siamo stati ben forniti, anche se i presidi, per quanto efficaci, non proteggono al 100%. Utilizziamo mascherine Ffp2, guanti, cuffie, tute e camici idrorepellenti, occhiali, visiere e guanti sterili”.

Quindi non è d’accordo con le accuse lanciate al governo da Antonio Di Palma, presidente del Sindacato infermieri, riguardo agli scarsi rifornimenti di dispositivi di sicurezza?
“Credo che Di Palma si riferisse alla drammatica situazione che sta vivendo tutto il Settentrione, specialmente la Lombardia. Qui, nel Lazio per fortuna la situazione è gestibile”.

In questi giorni le capita di sentirsi un eroe? Si rende conto dell’importanza del suo ruolo in questo periodo drammatico?
“Non penso molto a questo. Sono i miei amici o i miei parenti a farmelo notare. Qualche giorno una zia mi ha scritto: ‘Sapere che mio nipote è in prima linea a salvare il nostro Paese ha trasformato questi giorni di malinconia in giorni di speranza’. È bello ricevere questi messaggi, ti fa capire che stai facendo qualcosa di utile per gli altri e che, in fondo, è il motivo per cui noi infermieri abbiamo deciso di fare questo mestiere”.

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