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Tutti i retroscena della sicurezza per la visita del presidente Usa a Roma

di Vincenzo Fenili *

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In occasioni come il G20 che si tiene a Roma in questi giorni, il problema della sicurezza dei leader mondiali e dei loro staff diventa veramente una sfida monumentale, anche in considerazione delle peculiarità urbanistiche e geografiche della nostra città.

L’ex agente sotto copertura Vincenzo Fenili

Se è in primis necessario garantire un efficace dispositivo di protezione per questi obiettivi potenzialmente ad altissimo rischio, è altrettanto necessario non paralizzare la capitale e gestire al meglio le problematiche relative alle vie di accesso/egresso ai vari luoghi deputati ad incontri, non sempre agevoli e spesso molto trafficate.

In una situazione ideale (ma irrealizzabile) tutte le vie utilizzate dai convogli dei Vvips (Very Very Important Persons) dovrebbero essere sgombrate sia dal traffico, compreso quello pedonale, sia dalle autovetture parcheggiate, e i tetti degli edifici presidiati da squadre anti-cecchinaggio; inoltre elicotteri con reparti speciali dovrebbero seguire dall’alto i convogli, garantendo così una bolla di protezione in grado di azzerare (o quasi) ogni rischio.

Da non dimenticare il sottosuolo, che a Roma è da considerare un’altra città sotto la città: sarebbe quindi necessario avere un’aliquota di sicurezza che possa pattugliare il sottosuolo e prevenire, ad esempio, il posizionamento di ordigni sotto i tombini che si trovano sul percorso delle autovetture dei potenziali bersagli. Ma questo scenario è praticamente irrealizzabile sia perché significherebbe non solo paralizzare Roma ma letteralmente spostare migliaia di romani dai luoghi di residenza e lavoro: come al solito si cerca sempre il miglior compromesso che possa massimizzare le ovvie esigenze di sicurezza e ridurre gli inevitabili disagi per la popolazione.

Palazzo dei Congressi

Senza entrare nei dettagli del dispositivo di sicurezza di un evento così importante, è bene comprendere quanta pianificazione sia necessaria per un evento di questo tipo da parte delle nostre forze dell’ordine e forze armate e l’oggettiva, grande difficoltà nel coordinare i vari elementi di questo dispositivo. Gli spostamenti in auto e quelli, rari ma inevitabili per motivi di immagine, a piedi sono i momenti di più alto rischio per le personalità, i loro assistenti ed ovviamente per i membri della scorta ravvicinata. Meno a rischio riunioni ed incontri nei “palazzi del potere” dove tutti i partecipanti sono in luoghi confinati e potentemente presidiati, anche se non totalmente sterilizzati dalle insidie.

Si ricordi quanto accadde, ad esempio, nel 1981 al Cairo quando il presidente Anwar el-Sadat fu ucciso durante una parata militare in un ambiente teoricamente privo di ogni rischio. Alcuni militari partecipanti alla parata scesero da un camion ed “attinsero” il presidente con numerosi colpi di AK-47, senza che la scorta ponesse in essere nessuna elementare manovra di protezione, pur avendo avuto tutto il tempo di farlo: val la pena ricordare che la scorta di Sadat era stata addestrata dalla CIA ed alcuni suoi agenti erano presenti sul luogo. Ma questa è un’altra storia.

Ovviamente i percorsi dei convogli sono attentamente pianificati e gli stessi opportunamente scadenzati al fine di evitare sovrapposizioni e inutile spreco delle risorse destinate alla loro tutela: non molti dettagli vengono divulgati alla stampa e si cerca di limitare al minimo il numero delle persone che dispongono delle informazioni dettagliate su tempistica e percorsi ma è facile intuire come anche queste precauzioni contengano inevitabili falle. Se, ad esempio, “aprire” il traffico sulla Fiumicino-Roma è relativamente facile, tutto diventa più complicato se il capo di Stato atterra a Pratica di Mare (la strada Pontina può essere un incubo già in una normalissima giornata) e poi le cose si complicano ulteriormente quando si entra in città: le via di accesso a Villa Taverna (residenza dell’ambasciatore americano dove, almeno ufficialmente, alloggia il presidente Usa in visita), al Vaticano, al Quirinale e così via le conosciamo bene e sono estremamente difficili da gestire nell’ottica di garantire la massima sicurezza.

Ad esempio, la possibilità di un IED (ordigno esplosivo improvvisato) detonato a distanza è remota ma sempre una possibilità ed è quasi impossibile rimuovere preventivamente ogni autovettura, parcheggiata o meno, cassonetto della spazzatura eccetera: è pur vero che sulle frequenze radio utilizzate da un detonatore operano gli scanner/jammer della scorta al fine di interromperle ed è altrettanto noto che, ad esempio, al passaggio del convoglio del presidente Usa tutti i dispositivi elettronici cessano di funzionare, ma la minaccia rimane in agguato.

Il “livello di intensità” degli apparati di sicurezza dipende molto anche dal livello dei dignitari e c’è da aspettarsi che questo fine settimana sia al massimo: nel caso del presidente Biden, già da qualche giorno sono arrivati in città i veicoli della scorta e il piccolo esercito di agenti del Secret Service che la compongono: lo stesso è molto verosimilmente vero per i team incaricati di proteggere gli altri leader. Una sfida formidabile per le nostre forze di sicurezza è anche rappresentata dalla necessaria armonizzazione tra le nostre forze speciali e quelle delle scorte che ogni Vvip si porta al seguito.

La punta di diamante del nostro personale è costituita dagli ottimi appartenenti al Gis (Gruppo intervento speciale) dell’Arma dei Carabinieri e del NOCS (Nucleo operativo centrale di sicurezza della Polizia di Stato): entrambe le unità sono eccellenze sul piano mondiale e il loro livello di addestramento e preparazione ci viene riconosciuto internazionalmente. Gli operatori di queste unità effettuano addestramenti congiunti con unità simili di altri Paesi al fine di affinare continuamente il loro livello operativo e dispongono di equipaggiamenti sofisticatissimi.

L’unica limitazione risiede nella consistenza numerica: non si sa con esattezza su quanti operativi possano contare questi reparti ma si stima circa 100-120 l’uno. Gli effettivi del Secret Service americano che si occupano della protezione del Presidente sono in totale certamente più di mille e a questi vanno aggiunti i membri del Diplomatic Protection Service stimati in circa 2500, ovviamente non tutti impiegati a Roma in questi giorni. L’eccezionale qualità dei nostri compensa parzialmente i numeri esigui ma è certo che le loro risorse vengono duramente testate nel corso di questi eventi.

Tra le difficoltà di armonizzare tutti questi elementi operativi vi sono certamente anche le filosofie di impiego: i nostri operatori sono estremamente attenti a limitare l’uso della forza letale nel caso di una emergenza drammatica al fine di neutralizzare eventuali attentatori limitando al massimo i “danni collaterali” ad eventuali soggetti che possano trovarsi sul luogo dell’emergenza. Questo standard operativo richiede paradossalmente un addestramento ancora più intenso al fine di garantire la sicurezza dei protetti in qualsiasi ambiente e situazione utilizzando le armi in dotazione in maniera assolutamente chirurgica: la stessa metodologia non è sempre condivisa da altre simili unità straniere che considerano i “danni collaterali” come l’inevitabile conseguenza di salvare la vita del leader a loro affidato.

Quello che vivremo in città nei prossimi giorni sarà un breve periodo con qualche inevitabile disagio, principalmente al traffico ed all’accesso ad alcuni luoghi della nostra città ma è molto più interessante pensare a ciò che non vedremo. Un numero davvero rilevante di operatori in borghese delle varie forze di polizia, anche proveniente da altre città e regioni, ha pacificamente invaso Roma già da diversi giorni al fine di garantire una sicurezza ad anelli concentrici sempre più larghi in tutta la città e non solo nelle zone interessate al G20. Se come è noto la scorta di una personalità è composta da anelli di operatori che la circondano, alcuni visibili altri del tutto invisibili, questo stesso concetto è allargato nella città con la presenza di piccole pattuglie in borghese che la satureranno al fine di garantire la sicurezza di tutti in maniera discreta ma molto efficiente.

Vi saranno ovviamente anche operatori in servizio anti-cecchinaggio sui tetti delle zone più sensibili, squadre di artificieri all’opera sia in superficie che nel sottosuolo vastissimo di Roma. Vedremo e sentiremo molti elicotteri in volo e ritengo che anche i caccia dell’aeronautica militare pattuglieranno i nostri cieli, magari ad alta quota ed invisibili ma pronti ad intervenire nel caso un velivolo alteri sia pur minimamente la propria rotta di volo verso e sulla capitale: l’11 settembre è una memoria non più recente, ma un monito da non dimenticare. Accettiamo gli inevitabili disagi con serenità, sperando che i leader globali prendano quelle improrogabili decisioni che tutti noi ci aspettiamo da loro.

* (Vincenzo Fenili è un esperto di sicurezza ed ex agente sotto copertura in forza a vari servizi di intelligence italiani e nell’ambito Nato. Con lo pseudonimo di Kasper ha scritto, insieme a Luigi Carletti, il romanzo-verità “Supernotes”, edito da Mondadori nel 2014).

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