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Questo è l’ambulatorio dei senzatetto nel colonnato di San Pietro

di Sergio Campofiorito

“Per incontrarci basta aprire una porta, che sembra una sciocchezza, invece è un criterio metodologico che usiamo nei nostri ambulatori dove abbiamo rimosso tutti gli impedimenti all’accesso diretto». Lucia Ercoli, 59 anni, è la responsabile dell’ambulatorio per poveri e senzatetto Madre di Misericordia, un presidio medico voluto da papa Francesco in aiuto dei più deboli ubicato sotto al colonnato di San Pietro (lato destro), nei locali che furono delle Poste vaticane. Una sala accoglienza, tre stanze per le visite, una direzione e due bagni.

Quattro aperture alla settimana
Nelle quattro aperture settimanali, da metà dicembre dello scorso anno nell’ambulatorio vengono assistiti in media trenta pazienti al giorno, il quarantacinque per cento, dunque la leggera minoranza, sono italiani. In circa quattro mesi, vi è stata un’affluenza di circa 1.200 persone. C’è chi si presenta in condizioni fisiche drammatiche, altri, disorientati e infreddoliti, mendicano soltanto un ristoro. E ancora tossicodipendenti, bambini, anziani e future mamme (alle quali sono dedicate le visite e i controlli dei giovedì): per tutti i più vulnerabili della società, come illustra la dottoressa Ercoli, infettivologa, ricercatrice e docente all’Università di Tor Vergata, la porta resta aperta.

Un team di circa quaranta persone
Bollette, strumenti e farmaci vengono corrisposti dall’Elemosineria apostolica, la “manodopera” la mette a disposizione un team che, tra medici, studenti universitari in tirocinio, infermieri e personale vario, conta circa quaranta persone. Il Bernini aveva progettato il colonnato come un immenso abbraccio, l’ambulatorio Madre di Misericordia declina nella pratica più caritatevole la visione barocca dell’artista.

“Seguiamo le persone anche dopo la cura”
«Il Papa ha affermato che purtroppo dei vulnerabili non importa niente a nessuno – continua la Ercoli – e il nostro ambulatorio è una piccola roccaforte contro questo stato di cose. Al Madre di Misericordia offriamo un approccio diagnostico-clinico tramite esami strumentali e visite specialistiche, in seguito possiamo somministrare la terapia e, soprattutto, seguiamo le persone nel tempo, non abbandonandole a loro stesse durante il decorso della patologia».

Esami immediati e niente burocrazia
Gratuità delle cure, accesso diretto, esami, anche approfonditi, e diagnosi immediate (e tutte nello stesso luogo, senza quindi il bisogno di spostarsi da un capo all’altro della Capitale) sembra un programma (disatteso) di governo, invece, nei pressi della tomba di Pietro è realtà. Senza tutta la burocrazia dei comuni nosocomi e dove le persone non stanno dietro a un vetro. «Il sistema sanitario nazionale – chiosa la dottoressa – dovrebbe individuare linee di più facile fruizione delle strutture mediche da parte di chi ne ha bisogno. La mia speranza, inoltre, è che la nostra società, non soltanto chi legifera, riscopra il valore di essere comunità, in cui nessuno deve essere escluso».

Le visite a casa sul camper del Papa
C’è un “Penna Bianca” che viaggia su un vecchio camper e porta il Madre Teresa di Misericordia in giro per le periferie più nascoste di Roma. Non è l’ex bomber juventino Fabrizio Ravanelli, bensì Maurizio Cimino, 42 anni, di professione soccorritore per la Direzione sanitaria d’igiene del Vaticano. Da anni collabora con la dottoressa Ercoli e, tramite un navigato Mercedes bianco donato dal Papa, raggiunge ogni giovedì palazzine occupate, campi rom e insediamenti vari. Poiché vi sono luoghi in cui, se si esce un attimo di casa per recarsi dal dottore o in farmacia, è quasi certo che al ritorno quella casa non sia più tua.

«Il soprannome me lo ha dato un bambino, appassionato di calcio – ricorda Penna Bianca Maurizio, alto, più bianco che brizzolato, sorriso sincero – da allora mi è rimasto». Il camper del Papa, dotato di apparecchiature mediche, trasporta medici e farmaci, ma talvolta anche vestiti, balocchi e dolci a beneficio soprattutto di bambini: «Portiamo la nostra opera in zone povere e disagiate, dove anche una semplice febbre può tramutarsi in polmonite per la mancanza di assistenza. Quando andiamo via ci ringraziano, ma siamo noi a dover ringraziare loro per ciò che ci insegnano».

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