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EXTRANEWS – La storia di Yves, rifugiato politico e aspirante giardiniere di Villa Leopardi

di Antonio Tiso

Era un falegname nella Repubblica Democratica del Congo. Ora è un aspirante giardiniere a Villa Leopardi. È tanta è la strada che Yves, rifugiato politico di 33 anni, ha dovuto compiere per raggiungere la Capitale e salvarsi dalle minacce di morte ricevute nel suo Paese d’origine.

È arrivato il 28 novembre 2017 e da allora sono passati oltre 500 giorni. Ora vive in un centro accoglienza gestito dalla Caritas a via del Mandrione e, ogni sabato, raggiunge il parco su via Nomentana per imparare un mestiere. La convenzione tra l’associazione Amici di Villa Leopardi e la Caritas, con l’avallo del II Municipio, ha permesso infatti a lui e ad altri ragazzi di fare questa esperienza e acquisire nuovi strumenti professionali per rifarsi una vita in Italia.

“Fossi rimasto nel mio Paese, ora sarei morto – racconta Yves -. Sono cattolico e una falange estremista islamica mi aveva minacciato per motivi religiosi. Poi facevo politica per il partito Bundu Dia Mayala. Ero contro la corruzione e la violenza sessuale verso le donne, che dalle mie parti è un fenomeno diffuso. Contestavamo che il presidente attuale, Joseph Kabila, non fosse davvero congolese. Secondo le informazioni a nostra disposizione, è ruandese ma si spaccia per essere il figlio dell’ex presidente Laurent Desirè Kabila. Stavo mobilitando i giovani della Capitale per prendere consapevolezza di questi problemi, ma fui minacciato da uomini del governo e l’unica soluzione fu lasciare il Paese”.

Yves ripensa quotidianamente alla sua famiglia d’origine, dove vivono la mamma, il fratello e la sorella, e poi la moglie coi due bambini di 10 e 3 anni. “Vorrei ricongiungermi a loro quanto prima, ma devo cercare lavoro. Ora che parlo l’italiano e ho preso la licenza di terza media, voglio darmi da fare e sistemarmi. Ho anche seguito un corso di sei mesi come operatore edile”.

Parole decise e idee chiare per spazzare via la paura. Yves in questi mesi ha saputo guadagnarsi la fiducia e la stima di molti nel quartiere. È infatti uno dei migranti che in più di un’occasione ha dato una mano a ripulire i luoghi degradati del Trieste-Salario. Da piazza Alessandria alle Mura Aureliane a Porta Pia, ha lavorato a fianco delle associazioni di quartiere. Armato di rastrelli e guanti da lavoro, scopa e palette, c’era anche lui a faticare per riportare il decoro nelle nostre strade. Non si arrende il ragazzo, la sua lotta va avanti.

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