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EXTRANEWS – Chi è il sarto che vestiva le stelle del cinema come Sophia Loren e Aldo Fabrizi

di Antonio Tiso

È arrivato a Roma nel 1965 con 550 lire in tasca. È stato sarto delle star del cinema, poi portinaio a largo Somalia e, una volta pensionato, ancora sarto, ma questa volta per le famiglie. Sono le molteplici vite di Emilio Miconi, marchigiano di origine, trapiantato da tempo nel nostro quartiere.

“Mio papà era mugnaio – racconta con dolcezza -. Al mio paese, Serra Petrona, si potevano fare solo tre lavori: meccanico, sarto o calzolaio. Dopo la licenza elementare, mamma non voleva che lavorassi nelle officine perché si bestemmiava, mentre con le scarpe ci si sporcava troppo per via della pece. Così fece in modo che diventassi sarto. La mia prima esperienza di lavoro a Roma fu nel ’55, ma la sera stessa del mio arrivo tornai a casa con la corriera. Si lavorava in un sottoscala e a me, abituato alla libertà, non stava bene”.

Il suo ritorno nella capitale è datato 1968. Questa volta, però, le cose vanno meglio. Emilio trova un posto alla sartoria Ravesi in via Sallustiana: “Il principale aveva studiato a Parigi. Eravamo cinquanta operai: pantalonai, gilettai, asolai, caponai”. Emilio inizia come lavorante, poi, un po’ alla volta, si fa notare per la mano e gli affidano compiti sempre più sofisticati. “Fu un’emozione. Lavorai per Sophia Loren, Aldo Fabrizi, Carlo Ponti, Amedeo Nazzari. Erano famosi e io, per vederli, non dovevo fare la fila. Alcuni ci facevano mandare i caffè. Per tutti quanti. De Chirico veniva sempre col cappotto, in ogni stagione. Diceva che quello che ripara dal freddo, ripara pure dal caldo”.

Mentre Aldo Fabrizi una volta fece portare panini per tutti: “A Genna’ – disse rivolgendosi al capo – ma li volemo fa’ magna’ ‘sti regazzini?”. In sartoria furono anni splendidi: “Vidi la bella vita. Ricordo Amati, il re dei cinema: ci lasciava un mucchio di biglietti. Facevamo mille capi l’anno. Una volta passai un mese a casa di Amedeo Nazzari su via Nomentana, realizzai i suoi costumi di scena perché doveva partire, ma anche smoking e calzamaglie”.

Poi la vita di Emilio cambia. La sartoria vive un momento di flessione e lui, che nel frattempo è diventato padre, sceglie una strada nuova, meno creativa ma più sicura: “Fui assunto dall’Inpdai (l’Istituto nazionale di previdenza per i dirigenti di aziende industriali, ndr) come portinaio al civico 47 di largo Somalia”. Quando arriva non ha alcuna esperienza di portineria, ma le sue maniere conquistano presto i condòmini: “Ancora oggi ricevo regali. Per presentarmi, il primo giorno di servizio, posi due piante altissime all’ingresso del palazzo. Per Natale regalavo alle famiglie un biglietto della lotteria di Capodanno e del muschio, come porta fortuna per il nuovo anno”.

Fin da subito Emilio capisce che le persone non si conoscevano tra loro e allora cerca di ricreare una comunità-paese, affinché nessuno si senta un estraneo: “Un giorno potreste avere bisogno d’aiuto – dicevo loro – presentatevi e fate amicizia”. Per Emilio il lavoro non finisce timbrando un cartellino, casa sua rimane sempre aperta: “Sotto le feste mi capitava di ospitare a pranzo persone che vivevano sole nel palazzo. Li ho trattati da principi. Ancora oggi ricevo regali”. Un ricordo in particolare emoziona Emilio: “Negli anni Settanta guardavamo la tv seduti al bar della piazza. Era gestito da due tifosi della Lazio. La sera ci mettevamo fuori con le sdraio”.

Oggi Emilio, classe 1934, vive ancora con la sua carissima moglie Annamaria. Non è andato via da largo Somalia, ma ogni tanto torna ancora nelle Marche. È diventato nonno e si diletta come sarto per le famiglie. “Solo piccoli interventi”, dice con quel filo di accento marchigiano che ancora si porta dietro.

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