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La sorella di Rino Gaetano: “Vi svelo la verità sulla sua morte”

di Antonio Tiso

Non è vero che Rino fu rifiutato dagli ospedali. Questa è una leggenda. Quando il corpo di mio fratello fu estratto dalle lamiere, venne portato al Policlinico Umberto I, semplicemente perché era il posto più vicino. La struttura non aveva una sala operatoria attrezzata per la craniolesi, ma non l’avevano neppure gli altri ospedali contattati telefonicamente”.

Anna Gaetano, la sorella dell’indimenticato cantante scomparso esattamente 39 anni fa, il 2 giugno 1981, si commuove. La sua è una testimonianza che fa luce sulle ultime ore del cantautore, originario di Crotone, cresciuto a Montesacro. Un racconto che smonta le teorie sull’incidente stradale e l’agghiacciante profezia di una canzone di Rino, “La ballata di Renzo”, la storia di un giovane che, dopo un incidente d’auto, non riesce a trovare un ospedale per il ricovero.

La targa dedicata a Rino Gaetano, dove visse il cantautore, in via Nomentana Nuova 55

Quella notte, dunque, Gaetano perse effettivamente il controllo della sua Volvo 342, finendo contromano su via Nomentana, all’altezza del civico 355. Ci fu un impatto violentissimo con un camion che procedeva in senso contrario. La fiancata della macchina del cantante venne colpita, schiacciata e spinta lontano dall’autocarro. Quanto però si racconta sulle due ore successive all’incidente – erano quasi le quattro – sarebbe falso. Rino non fu rifiutato da alcun ospedale. Parola della sorella.

Anna quella mattina fu svegliata alle 5: “Mia madre mi chiamò per dirmi che Rino si era ferito con l’auto. Io quella notte ero inquieta, avevo sognato che il mio cane aveva un incidente e lo trovavo col petto spaccato”. All’epoca la sorella del cantante abitava all’Eur e non capì subito la gravità dell’accaduto: “Mia madre mi disse che mio fratello si era rotto un braccio. Le risposi che queste cose si mettevano a posto, e mi sarei messa alla guida per raggiungerla e portarla in ospedale. Lei però rispose che i poliziotti erano venuti a prenderla e l’avrebbero accompagnata”.

A quel punto la consapevolezza che qualcosa di ben più grave era accaduto: “Piansi per tutto il tragitto. Arrivai al Policlinico alle sei meno dieci. Rino era ancora vivo. Morì dieci minuti più tardi, alle sei”. A quel punto Anna procedette al riconoscimento del fratello ma non ebbe il coraggio di dirlo alla madre: “Glielo feci comunicare dal dottore”.

Gli ultimi ricordi di Anna vanno al giorno prima dello schianto: “Gli avevo portato il caffè a letto a casa dei miei. Ma aveva chiesto di dormire ancora un po’. Ero andata a prendere mio padre per portarlo a una visita, era da poco uscito dal coma. Lasciai il caffè sul comodino e uscii”. Sono passati 39 anni da quel giorno eppure per tutti, in famiglia, è come se Rino fosse ancora presente: “Per noi è sempre vivo – conclude Anna -. Non c’è giorno in cui non ne parliamo. Ricorderò per sempre mio fratello, ogni giorno della mia vita”.

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