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Chi è la catechista del quartiere nata la notte dell’Apollo 11

di Emiliano Magistri

«Mia madre me lo racconta sempre: “Ho partorito da sola, perché mentre nascevi tu erano tutti impegnati a guardare la diretta in televisione”». E che diretta. La nottata che un’intera generazione, e non solo, ricorderà per sempre. È il 21 luglio 1969 e quella “diretta” mostra Neil Armstrong che, insieme a Buzz Aldrin e Michael Collins, gli altri membri dell’equipaggio dell’Apollo 11, diventa il primo uomo a mettere piede sulla Luna.

A nascere quella notte, durante l’evento del secolo, è Laura Menna, catechista di San Saturnino e volontaria della Caritas Diocesana. Compirà cinquant’anni stanotte. Pur essendo nata in Abruzzo, a Lanciano per la precisione, una terra di origine che, come lei stessa racconta, «mi ha fortemente segnato», Laura ha da sempre un rapporto intenso con il Trieste-Salario, dove è cresciuta e dove, oggi, ancora vive.

Laura, lei parla di origini che l’hanno “fortemente segnata”. In che modo?
«I miei genitori sono abruzzesi, mia mamma è sempre stata una casalinga, quindi trascorrevo l’intera estate a Fossacesia (un paese in provincia di Chieti, meta balneare in piena Costa dei Trabocchi, ndr). Il tempo passato in quei luoghi mi ha trasmesso una cultura contadina, che mi porto dietro e che per me rappresenta un bagaglio enorme».

Poi l’arrivo a Roma, in quel Trieste-Salario da cui non si è più mossa.
«Sono cresciuta qui. Mi sono laureata in Scienze statistiche e prima ancora ho frequentato il liceo scientifico all’Avogadro. Da quando con la mia famiglia ci siamo trasferiti a Roma, ho avuto sempre il privilegio di vivere in questo quartiere, dove abito tuttora insieme a mio marito e ai miei due figli».

Adesso in via Sebino, prima in via Agri: una strada che rievoca brutti ricordi…
«Impossibile dimenticarli. Vivevo al civico 17 dove, il 16 giugno 1998, venne ucciso il portinaio, Nicolino Lai. Fu un fatto orribile, anche perché l’assassino era un condomino che abitava nella mia stessa scala, quindi l’evento, già drammatico di per sé, ci segnò a tutti ancora di più. Nicola era il classico portinaio aggregante, che coinvolgeva tutti e contribuiva a creare quell’ambiente che io definisco, quasi, di paese: un fenomeno che, in questo quartiere, è estremamente diffuso».

Una propensione alla vita sociale che l’ha spinta all’attività in parrocchia.
«San Saturnino è la mia seconda casa: lì respiro quell’aria di comunità che contribuisce a farmi vivere in maniera sempre più positiva e allegra non solo il mio impegno come catechista, ma anche la mia fede di donna cristiana. Una fede che pratico con la gioia e la soddisfazione di fare qualcosa insieme agli altri».

Una catechista che, tra i suoi “alunni”, ha avuto anche qualcuno che è diventato piuttosto noto.
«Il giornalista di Mediaset, Pierluigi Pardo, ha seguito il corso di preparazione alla cresima insieme a me. Oltre a lui c’è stato anche Francesco Clementi che, oltre ad aver ricoperto incarichi pubblici durante il Governo Monti, è professore di Diritto pubblico comparato a Perugia».

Un periodo, quello dell’adolescenza, che ha contribuito anche alla nascita di rapporti di amicizia, a oggi, ancora duraturi.
«Sono stati anni in cui si è dato molto spazio ai giovani. Con molti dei ragazzi che frequentavano la parrocchia siamo amici tuttora, ci sentiamo spesso, anche se alcuni di loro, per questioni personali e professionali, hanno lasciato il quartiere se non addirittura Roma. Uno di loro, si chiama Guido ed è avvocato, farà il dj alla mia festa di compleanno del 21 luglio, tanto per far capire come certi rapporti non siano stati scalfiti dal tempo».

Una sensibilità che l’ha portata anche a sposare il progetto della Caritas “Quartieri solidali”.
«Con altri volontari assistiamo gli anziani del quartiere: è quella che si chiama “domiciliazione leggera”. Più che altro facciamo loro compagnia, li accompagniamo a fare una passeggiata e, indirettamente, forniamo anche un supporto alle rispettive famiglie che, almeno per qualche ora, si sentono aiutate».

Ai primi anni 2000, infine, la decisione di diventare donatrice di sangue.
«E continuo tuttora, insieme a mio marito. Faccio parte del gruppo di donatori della banca dove lavoro e, ciclicamente, organizziamo giornate di raccolta proprio nella sede del nostro istituto. Credo sia una scelta semplicissima e importantissima perché, con un impegno minimo, si garantiscono speranza, cure e sopravvivenza a tante persone. Mi chiedo come mai, ancora oggi, questo fenomeno non sia così diffuso».

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