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Quel “sabato nero” che cambiò la storia del quartiere

di Emiliano Magistri

Sono passati 76 anni. Lo chiamarono il “Sabato nero”. Il 16 ottobre 1943 è un giorno che, a Roma e nel Trieste-Salario, sa di tragedia. Di ferocia. Del gesto della “bestia umana”, come i Nomadi definirono i nazisti nella loro canzone “Auschwitz”. All’alba di quel sabato venne eseguito il “famoso” rastrellamento del Ghetto. Ma anche di altre zone della città. Oltre mille ebrei vennero strappati alle loro case, alla loro vita, caricati sui treni della morte, e spediti direttamente nei campi di concentramento.

Le pietre d’inciampo posate a piazza Bologna per ricordare Rita Caviglia, Riccardo Di Segni e Gianna Di Segni

In famiglia abbiamo avuto 17 deportati. Ne tornò solo uno, un ragazzo di vent’anni, che però morì poco dopo per le conseguenze del tifo contratto nel lager dove era stato rinchiuso”. Chi parla è Giulio Anticoli, presidente di Roma Produttiva e titolare del negozio Kent di viale Somalia. Giulio è ebreo e, come ogni anno, per lui il 16 ottobre è un giorno di lutto: “Sono nato dopo la guerra, ma so cosa hanno subito i miei cari”. Il padre di Anticoli viveva in piazza dei Librai, a pochi passi da via dei Giubbonari. Una beffa, questo fu per la sua famiglia il giorno del rastrellamento.

“Qualche giorno prima gli agenti della Gestapo suonarono alla porta – racconta -. Aprì la cugina di mio padre. Le dissero che sarebbero tornati per arrestarli, come se volessero avvisarla di cosa sarebbe poi successo”. La ragazza però, allora sedicenne, si dimenticò di raccontare a casa l’accaduto. Il resto è storia. “Riuscì a sopravvivere ai campi di sterminio, visse anche a lungo, ma con un rimorso che la perseguitò per sempre”.

La pietra d’inciampo posata in via Panama in memoria di Eugenio Elia Chimichi

Nel quartiere molti ebbero modo di salvarsi, qualcuno “riuscì a scappare dal palazzo dove viveva facendo finta di non essere ebreo, ma la maggior parte restò schiacciata da un’azione che nessuno avrebbe potuto immaginare per la ferocia con cui venne condotta”. Come vive oggi, Anticoli, il 16 ottobre? “Lo vivo con la paura che tutto questo possa accadere di nuovo. Se non sbaglio fu Primo Levi a dire che se è successo può succedere ancora. Ecco, l’agguato dei giorni scorsi in Germania davanti alla sinagoga fa capire che il sentimento di antisemitismo è un qualcosa che ancora cova negli animi di molte persone”.

Nell’epoca dei social network è facile imbattersi in messaggi provocatori di tanti giovani: “Proprio loro devono dare più valore alle azioni che compiono. I ragazzi devono capire che ogni gesto ha un peso e ogni minima cosa può rappresentare un messaggio micidiale da veicolare – conclude -. Non bisogna mai pensare che quello che accade al proprio vicino di casa non possa accadere anche a se stessi”.

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