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Piazza Fiume, l’ex Porta Salaria oggi snodo stradale del quartiere

di Antonio Tiso

È stata realizzata per migliorare la viabilità di Roma dopo la demolizione di Porta Salaria nel 1921. Oggi piazza Fiume è uno snodo stradale nevralgico ed è vicina a tutto: via Salaria, Porta Pia, Villa Borghese, via Veneto, piazza della Repubblica, via Nazionale.
Qui in età romana si trovavano gli uffici della dogana, tanto che a poca distanza fu rinvenuta una pietra daziaria sistemata per indicare il confine amministrativo. Ed è sempre da qui che secoli più tardi entrarono Alarico e i suoi guerrieri Visigoti. Era la notte del 24 agosto del 410 d.C. e il saccheggio di Roma durò tre giorni. La commozione e lo sgomento attraversarono tutto l’Impero.
Con la demolizione di Porta Salaria venne ritrovato il sepolcro di Quinto Sulpicio Massimo, un ragazzo morto a undici anni, divenuto popolare in età romana per le sue doti poetiche. Pur giovanissimo partecipò infatti con altri 52 poeti alla terza edizione del Certamen capitolino in lingua greca del 94 d.C. Non vinse la gara, ma suscitò meraviglia e ammirazione nei giudici.
Della Porta Salaria non sono rimaste tracce. Erano state lasciate le impronte visibili del tracciato, ma i lavori per la costruzione dei moderni sottopassaggi le hanno rese praticamente irrintracciabili. Una curiosità: ancora oggi, a piazza Fiume, guardando le mura Aureliane verso Porta Pia, si nota una piccola sporgenza: è la latrina pensile di cui si servivano i soldati in servizio.
Ai giorni nostri l’architettura della piazza vede alternarsi edifici del passato con costruzioni moderne. Luogo di uffici, ristoranti, caffè, gelaterie e negozi, l’icona commerciale della zona è la Rinascente, il grande magazzino inaugurato nel 1960. Progettato da Franco Albini e Franca Helg, negli anni ’60 ben rappresentava l’Italia del boom economico, mettendo in mostra ogni bene possibile in 50 reparti di vendita su sette piani.

Angela Rosa Di Lullo, portinaia

La portinaia: “Quando alla sala Pichetti le zitelle cercavano marito”
Angela Rosa Di Lullo ha 73 anni e dal 1991 è portinaia al civico 83 di corso Italia. Originaria di Capracotta (Isernia), i suoi ricordi su piazza Fiume partono dal febbraio ‘61: «Arrivai dopo le Olimpiadi del ‘60. Era bellissimo. All’epoca lavoravo come sarta di alta moda con Clara Centinaro, a via Lombardia. Poi subentrai a mia suocera che per vent’anni era stata portiera di questo palazzo». Le differenze tra ieri e oggi, Angela ce le racconta con un po’ di nostalgia: «Prima si parlava di più. Ora c’è più educazione, ma meno confidenza. Intorno a piazza Fiume c’era molta vita. Per l’Immacolata organizzavano giochi e sfilate. Cantava Edoardo Vianello e la Bnl apriva la filiale per raccogliere fondi per iniziative benefiche. Via Piave era una strada “in”. A via Velletri c’era la sala da ballo, dove le zitelle andavano a cercare marito. La chiamavamo sala Pichetti. Oggi al suo posto c’è l’Alien». Il volto della piazza poi è cambiato, e oggi molte attività storiche non esistono più: “Da oltre 10 anni la zona è abbandonata. Alcuni negozi resistono, come la Minerva, Lazzaretti, i Molisani. Se chiude la Rinascente, piazza Fiume è finita».

Agapito Cerroni, titolare della storica libreria Minerva

Il libraio: “Nonostante il degrado urbano resta la piazza più colta di Roma”
Agapito Cerroni gestisce la storica libreria Minerva, aperta nel 1923. «Questa è sempre stata una zona dell’alta borghesia. Un tempo ci abitava la corte dei reali d’Italia. Piazza Fiume è sempre stato un luogo ad alta concentrazione di cervelli. Negli anni ’50 e ’60 anche un ingegnere aveva una preparazione umanistica: ci chiedevano pure libri di filologia classica».
Secondo Cerroni, poi è avvenuta una mini rivoluzione: “Con il passaggio all’euro molti negozi storici hanno chiuso, come la pasticceria Pannocchi, dove si mangiava la migliore torta mimosa di Roma. Ed è calato il numero degli uffici direzionali. Prima c’erano la Consob, le Ferrovie dello Stato, la Stet. Resta però una buona piazza. Credo che sia ancora la zona più colta di Roma». Per Agapito negli ultimi anni l’arretramento della città si è visto anche qui: «Oggi il problema è il degrado urbanistico. Si sta riempiendo di bar, siamo rimasti solo noi e la Rinascente a offrire qualità. Si vive ancora bene, ma non è più il luogo di un tempo». Agapito però vuole guardare al futuro con ottimismo: «Con il II Municipio stiamo ragionando su iniziative e progetti per dare nuovo lustro alla piazza».

Mario Carbutti, venditore di biciclette

Il biciclettaio: “Dovrebbe essere una perla, ma i servizi lasciano a desiderare”
“Negli anni della Grande Guerra a piazza Fiume circolava una battuta: Romolo e Remo, dopo aver fondato Roma, salirono in bicicletta e crearono la ditta Lazzaretti». Parola di Mario, che da 42 anni gestisce questo tempio della bicicletta a via Bergamo 3a, una sorta di accademia culturale delle due ruote, fondata nel 1916 dai fratelli Romolo e Remo Lazzaretti. Sposato con Maria Sofia, la figlia di Remo, Mario racconta i cambiamenti della piazza: «Questa è sempre stata una zona di alta borghesia. Poi pian piano le cose son cambiate in peggio, hanno iniziato ad aprire attività di food e negozi H24 a cui non eravamo abituati. Sono scomparsi gli esercizi che davano lustro al quartiere. A piazza Fiume esistevano negozi come il nostro o la pasticceria Pannocchi: per i suoi dolci venivano da tutta la Roma bene». Poi c’è l’età media piuttosto alta: «Questa è una zona di anziani. I giovani di un tempo sono invecchiati e non c’è stato ricambio». Nota dolente di oggi è anche il degrado, un tema ricorrente nel quartiere: «Piazza Fiume dovrebbe essere una perla. Molti personaggi importanti vivono ancora qui, eppure i servizi lasciano a desiderare. Le strade sono sporche e spopola la sosta selvaggia».

Mario Pioli gestisce la tintoria di via Bergamo da 30 anni

Il negoziante: “La zona ha cambiato volto con il boom degli uffici”
Mario Pioli ha 58 anni e da trenta gestisce la tintoria su via Bergamo, all’angolo con piazza Fiume: «Prima c’era il laboratorio di rammendi delle mitiche sorelle Piermarini. Lo aprirono tra il ’50 e il ’60. Papà mi parlava di tutti i negozi della zona, compreso Lazzaretti da cui comprò la sua prima bicicletta a rate grazie al datore di lavoro. Il proprietario della merceria Molinari gli fece da garante. Ma quali erano le attività storiche, quelle che davano un volto peculiare alla zona e che ora non esistono più? Mario le snocciola con piacere: «Il caffè Pannocchi dal 1927, “l’abbacchiaro” Fonzi, il ristorante Amedeo, dove papà fece il pranzo di nozze nel 1959, il liquorificio Ruosi, famoso per i suoi amari e Virginia la “borsettara”. Prima, se cercavi un negozio di ricambi auto, un vetraio o un materassaio, sapevi dove trovarli. C’erano molti artigiani e ci si conosceva tutti. Il bar era il nostro luogo d’incontro. Ora c’è meno varietà, aprono continuamente attività legate al food». Ma quando sono cambiate le cose? Mario non ha dubbi: agli inizi degli anni ’80. «Molti proprietari di appartamenti – racconta – preferirono vendere quando il loro valore crebbe, e questo portò all’avvento degli uffici. Lì, il volto di piazza Fiume cambiò per sempre».

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