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Lodoli, i sonetti e il silenzio di questa Roma

di Chiara Gelato

Raggiungo Marco Lodoli al telefono. Avremmo dovuto incontrarci per parlare di poesia, la sua poesia, ma l’emergenza Coronavirus questi giorni fa saltare ogni previsione.

Ci siamo preparati per anni con narrazioni catastrofiche, film apocalittici – mi dice a bruciapelo – e poi all’improvviso arriva questa cosa qui che ci travolge”. Ansia, stupore attonito, sono le parole che usa per spiegare le sensazioni di questo momento.

Roma, che ha riempito pagine e pagine dei suoi innumerevoli romanzi, musa ispiratrice e compagna di vagabondaggi nelle “isole” che hanno acceso la sua curiosità, gli appare oggi rovesciata. “Impossibile da raccontare”, afferma lo scrittore e giornalista, padre di tre ragazzi e professore di lettere in un istituto professionale di Torre Maura. “Spettatore di qualcosa di nuovo e misterioso – confessa – mi sento di descrivere la città come si presenta ai nostri occhi in questi strani giorni. I racconti verranno poi”.

L’idea di pubblicare la sua raccolta inedita di sonetti in romanesco su Romah24, è venuta a lui. E forse questo è il momento giusto. Ne parliamo da tempo, ma l’ordine di apparizione di ciascun componimento è dettato dal momento. “Partiamo con Ogni mattina ricomincia Roma” – dice – l’incipit del sonetto che apparirà domani sul suo blog.

 

Lodoli, è questa capacità tutta romana di rialzarsi sempre e comunque, che vuole condividere oggi?

Noi romani siamo abituati a riemergere. Come se fossimo allenati, già da ragazzini, a crescere sulle macerie, con l’idea che domani si potrà sempre ripartire.

I suoi sonetti sono intrisi di romanità. Parlano e pensano come si fa a Roma, anche quando alla città non si fa alcun accenno diretto. Come quel verso che dice: “voja de fa e de morì sur divano”…

Lo spirito romano emerge dalla lingua. Il romanesco è una lingua potentissima per la sua naturale capacità di sintesi. Va avanti per strappi, è sporca, ma al tempo stesso fortemente espressiva. Si dice che per i romani conti la prima parola e l’ultima: ecco, il sonetto stringe in pochi versi una sensazione.

Come in molte sue opere narrative, da “Isole. Guida vagabonda di Roma” a “Paolina”, nei sonetti non mancano riferimenti alla “sua” Roma, quella del Trieste-Salario, tra strade, piazze, Villa Ada, la finestra di casa, il liceo della giovinezza… Luoghi fisici che hanno contribuito a creare il suo immaginario da scrittore?

Questi sono i luoghi della mia adolescenza, l’immaginario sentimentale che ci si porta dentro per sempre… Poi ho traversato tutta la città, ma il quartiere Trieste mi è rimasto nel cuore, così verde, malinconico, poetico. E ora vivo di nuovo qui, nella mia Itaca.

Perché è tornato a scrivere poesie oggi, a distanza di oltre quarant’anni dal suo esordio letterario con la raccolta poetica di “Un uomo innocuo”?   

Avevo bisogno di raccontare le mie ansie, le mie speranze, la mia vita a Roma. E il sonetto mi ha aiutato ad esprimere rapidamente certe mie sensazioni interiori. Ho sempre avuto una certa simpatia per questo genere, tipico della tradizione italiana, e nello specifico anche di quella romana. Il primo che ho scritto, otto anni fa, è confluito nel libro “Vapore”. Poi, quest’autunno, in un momento di ispirazione ho ripreso a scriverne. Mi è piaciuto, perché il sonetto ha una sua quadratura geometrica perfetta e insieme un’apertura finale, come una finestra che si affaccia su un altrove.

C’è un filo che lega la sua produzione poetica a quella narrativa?

Mi sento un poeta, più che uno scrittore. Tutti i miei romanzi sono brevi, pieni di metafore, mossi da una spinta interiore, verticale. Ho un’attitudine poetica a stringere il flusso inutile delle parole in una concentrazione maggiore.

Con il suo nuovo romanzo, di prossima uscita con Einaudi, torna all’interno di una scuola. Può anticiparci qualcosa?

Si intitola “Il preside”, e sarà un libro sempre metafisico, alla mia maniera. Protagonista un preside che occupa la sua scuola con un fucile e due ostaggi. Il tema è quello della ribellione, dell’anelito ad abbandonare ogni tecnicismo per una visione più centrale della vita umana. La scuola fornisce tante competenze, ma dovrebbe passare ai ragazzi quel senso profondo della compassione umana, quell’apertura della mente e del cuore che sono alla base della vita.

Quando questa fase di emergenza sarà finita, come racconterà la Roma di oggi?

Come una città in attesa, svuotata di rumori e di traffico. Insolitamente silenziosa.

 

BIOGRAFIA:

Marco Lodoli (Roma, 1956), scrittore e giornalista, è insegnante di lettere in un istituto professionale romano. Ha esordito nel 1978 come poeta con Un uomo innocuo, per poi approdare alla prosa con il romanzo Diario di un millennio che fugge, vincitore del premio Mondello opera prima. Il viaggio e la morte, come l’attenta analisi dei rapporti intercorrenti tra l’io e gli altri, sono fra i temi più ricorrenti nella sua produzione letteraria, spesso caratterizzata da una vena favolistica e surreale. Da ricordare, fra le sue opere più famose, Cani e Lupi e Il vento, con cui si è aggiudicato due premi Grinzane Cavour, ma anche la raccolta di racconti I professori e altri professori, edita da Einaudi nel 2003, e la trilogia I principianti. Tra gli altri romanzi: Italia (Einaudi, 2010), Vapore (Einaudi, 2013), L’eroe e la maga (Bompiani, 2016), Il fiume (Einaudi, 2016) e Paolina (Einaudi, 2018). Alla sua città natale, Lodoli ha dedicato Isole. Guida vagabonda di Roma (2005) e Nuove isole. Guida vagabonda di Roma (2014).

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