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La trincea quotidiana di un medico di base nel quartiere

di Claudio Lollobrigida

In ambulatorio come in trincea. Da giorni la vita del medico di base è così. Molto più del solito ma meno di domani, se la situazione epidemiologica dovesse peggiorare. Quel che è certo è che nella coscienza collettiva ci sarà un prima e un dopo il Coronavirus. Ne è sicuro il dottor Pierluigi De Blasi, medico di base del Trieste-Salario con sede in via Monterotondo 14, tra piazza Vescovio e Villa Chigi. In questo periodo di ansia collettiva, la sua giornata lavorativa è scandita dalle decine di telefonate che riceve ogni ora da pazienti febbricitanti, o con qualche sintomo influenzale, comunque preoccupati di aver contratto il Covid-19. Lui, come tanti altri suoi colleghi nel quartiere, cerca di gestire al meglio le paure dei cittadini. Il telefono squilla di continuo, le ore di lavoro non si contano più.

“Ecco, la persona che mi ha appena chiamato è stata a Milano tre settimane fa. E oggi sviluppa una febbre da 37.6. Le ho detto loro di rivolgersi al 112 e le hanno consigliato di rimanere in casa. E che, se lo avessero ritenuto necessario, avrebbero inviato un’ambulanza per effettuare il tampone”.

Il tampone quindi viene fatto in presenza di precisi sintomi del Coronavirus.
“Se viene ritenuto necessario, sì. E’ come una griglia, dipende da caso a caso. Per farvi un esempio: se il paziente è sano, non viene trattato. Se presenta i sintomi, viene tenuto in osservazione. A quel punto, se i sintomi sono compatibili con il virus, e il soggetto è venuto a contatto con altre persone oppure è stato in una delle  cosiddette zone rosse, allora si procede con il tampone. Ma, nel caso specifico, almeno fino al 3 marzo Milano non era considerata zona rossa. Lo so perché c’è stato un mio paziente che, al ritorno a Roma, ha avuto la febbre. E dal 112 mi hanno detto che non avrei dovuto fare niente, appunto perché non era stato nella zona rossa, nonostante questa persona – poi guarita – fosse stata al secondo piano del palazzo di giustizia, dove poi due giudici sono risultati positivi”.

L’impressione è che, in questa catena di ruoli e responsabilità, tutti facciano riferimento al medico di famiglia. Voi come la vivete questa situazione?
“Partiamo dall’inizio. L’ordinanza della Regione Lazio prevede che noi si debbano avere tre kit settimanali per poter visitare in studio i pazienti sospetti”.

A cosa servono i kit?
“A proteggerci. Con mascherine, camici monouso, guanti e occhiali. E a noi per adesso non ne hanno dato neanche uno. Con alcuni colleghi della zona abbiamo deciso di inviare la richiesta alla Asl. Arriveranno. Ma fino a ieri dallo Spallanzani ci dicevano che tutte le persone infette venivano esclusivamente dal Veneto o dalla Lombardia”.

Ma la richiesta alla Asl è obbligatoria?
“No, io l’ho fatta per sicurezza, ma la consegna dovrebbe essere automatica. I prodotti non arrivano perché evidentemente sono difficili da reperire”.

Questo kit, precisamente, a cosa serve?
“A visitare i pazienti sospetti. Perché le persone, nonostante le indicazioni, vengono ancora qui fisicamente”.

Ma perché le persone con sintomi sospetti vengono mandati proprio dal medico di base?
“Per indirizzarle verso le procedure corrette”.

Quindi il vostro lavoro non è di trattamento, bensì di indirizzamento. In pratica dovete cercare di capire se è Covid-19 o magari una normale influenza.
“Esatto, siamo un primo filtro, altrimenti per noi non sarebbe sostenibile”.

In alcuni ospedali ci sono stati casi di persone che sono andate al pronto soccorso facendo scattare la quarantena per tutti i presenti, medici e infermieri compresi. Non c’è il rischio che avvenga anche dai medici di base?
“Certo che c’è. Per questo vengono esposti gli avvisi secondo cui i pazienti con tosse devono indossare la mascherina prima di farsi visitare. E nella sala d’aspetto ci deve essere sempre una sedia vuota tra ogni persona”.

Ma se uno crede di avere il Coronavirus, non deve venire qui.
“Assolutamente no. Deve stare a casa. E in caso contrario, l’indicazione che ci hanno dato è stata chiara: se una persona con sintomi sospetti viene qui, la devo isolare e, dopo averla intervistata telefonicamente, devo trasmettere tutto al 112”.

E poi?
“Poi bisogna raccogliere i nomi di chi è entrato in sala d’attesa, che deve essere raggiunto dal servizio epidemiologico della Asl per ricevere il tampone”.

Ma il 112 non è il servizio epidemiologico.
“No, il 112 è il servizio che viene messo in attività in questi casi. Dopodiché si attivano tutte le procedure stabilite”.

Ci sono dei modelli matematici che raccontano la possibile evoluzione dell’epidemia: secondo lei funzionano?
“Sì, le principali decisioni sul contenimento dell’epidemia in Italia e nel mondo sono figlie di quegli algoritmi e io mi fido molto di questi strumenti. Proprio questi strumenti ci indicavano che l’epidemia non era partita dall’Italia, e infatti adesso viene fuori che il paziente 0 era tedesco. Non ho mai creduto alla disattenzione del governo e del sistema sanitario. L’Italia, per esempio, ha chiuso i voli dalla Cina. Altri no”.

Dal punto di vista di un medico di base, quanto rischia di collassare il sistema?
“Sono sincero, non so rendermene conto. Oggi, per esempio, sono stato martellato dalle telefonate, dopo che hanno sospeso le lezioni nelle scuole”.

E’ stata una decisione giusta?
“Sì, perché bisogna cercare di muovere meno persone possibili”.

Questo dimostra che, se si modificano drasticamente i comportamenti, si ottengono dei risultati.
“Esatto, dobbiamo ottenere la diluizione dei casi di Coronavirus. Poi arriverà la bella stagione e forse la malattia avrà un rallentamento, perché con il caldo dovrebbe essere meno aggressiva”.

Quindi si dovrebbe registrare un calo dei contagi?
“E’ quello che speriamo. E’ un virus influenzale e, come tale, con il caldo si diffonde con meno facilità. E il tempo gioca a favore degli scienziati”.

In che modo?
“Io credo che avremo un vaccino contro il Coronavirus entro fine anno, forse entro sei mesi. Di solito ci vuole un anno e mezzo. Ma la comunità scientifica sta lavorando tutta insieme. I risultati si vedranno presto”.

Solo il vaccino o anche la terapia?
“Anche la terapia. Gli americani hanno trovato la spike. Se avete presente la struttura del Coronavirus, vedete che ha delle punte. Sono quelle ad attaccare il corpo umano. Gli americani stanno lavorando a un cappuccio che andrebbe a coprire quella proteina a punta”.

Il Trieste-Salario è un quartiere anziano e gli over 65 sono quelli più a rischio. Quali sono le principali preoccupazioni?
“Come medico, ai miei pazienti anziani dico di rimanere a casa. Spesso hanno patologie respiratorie pregresse e questo virus, molto spesso, diventa patogeno per le vie polmonari”.

Secondo lei la comunicazione che è stata fatta alla popolazione sulla pericolosità del virus è stata adeguata?
“Sì, perché è stata tempestiva. E, anzi, credo che il Paese ne uscirà rafforzato”.

Perché?
“Prendiamo lo smart working o le lezioni a distanza. Non si erano mai attivati, adesso sì. E ci metto anche gli investimenti per sostenere l’economia, oltre naturalmente alla presa di coscienza che certi tagli alla sanità potevano essere fatti meglio”.

Come se si fosse tracciata una linea.
“Certamente. Nella coscienza collettiva ci sarà un prima e un dopo il Coronavirus”.

Quali sono le richieste più frequenti in queste ore?
“Le persone cercano di essere tranquillizzate. Il medico di base svolge spesso questa funzione”.

Ma la pericolosità del virus che abbiamo in Italia, rispetto a quello cinese, qual è?
“Molto simile”.

C’è una rete tra i medici del quartiere in questo momento?
“Assolutamente sì. Siamo in strettissimo contatto con il presidio di piazza Istria. Il responsabile, Fabio D’Andrea, era al tavolo operativo della Regione Lazio e ci ha fornito tutte le direttive”.

Quindi non ci sono falle particolari nel sistema.
“Anche se ci sono, non si vedono. Di fronte a una cosa del tutto nuova come il Coronavirus, non è semplice. Curare la popolazione costa molti soldi, speriamo anche in un aiuto dell’Europa”.

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