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“Io, Laika, vi racconto il perché del poster per Zaki a Villa Ada”

di Roberta Bonetti

“Credo che nel quartiere, con la gente che è andata lì a fotografare il poster finché c’è stato, le persone si siano sentite toccate da quell’abbraccio”. Sono alcune delle parole di Laika, l’artista mascherata che ha realizzato l’immagine in cui Giulio Regeni stringe Patrick Zaki. Il poster è apparso il 12 febbraio sul muro di Villa Ada, proprio accanto all’ambasciata egiziana. Lo sticker è durato solo pochi giorni ed è stato strappato via il 14 febbraio, ma il quartiere ha rivendicato quel messaggio ritrasmettendolo con decine di affissioni di piccoli adesivi dell’opera all’interno e all’esterno del parco. Intanto, domani 19 febbraio, avrebbe dovuto svolgersi un sit-in per chiedere la liberazione di Zaki, organizzato da Amnesty International, davanti all’Ambasciata d’Egitto, ma la Questura di Roma ha negato l’autorizzazione per motivi di sicurezza. La mobilitazione per il giovane egiziano, aperta al pubblico, si terrà comunque il giorno successivo, giovedì 20 febbraio alle 18.30 al Pantheon.

Laika, come è nata la sua iniziativa?
“Leggendo i giornali, cercando notizie, ho avuto l’impressione che non si parlasse a sufficienza di quanto stava accadendo a Patrick Zaki e ho deciso, nel mio piccolo, di richiamare l’attenzione”.

Cosa ne pensa del corteo di protesta organizzato da Amnesty?
“Ho saputo della manifestazione e sono contenta che, dopo Bologna, anche a Roma si muova qualcosa. Non posso che dirmi felice di questo”.

Tu ci sarai a manifestare?
“Forse sì, forse no. Sicuramente se andrò sarà “in borghese”; senza maschera insomma”.

Possiamo sapere qualcosa su di te? Sei di Roma?
“Non c’è molto che voglia dire su di me, altrimenti non porterei la maschera. Posso solo dirti che sì, sono di Roma e che sotto la maschera bianca e i capelli rosso fluo c’è qualcuno che vive una vita straordinariamente normale e che vuole andare avanti in questo modo”.

Cosa pensi di chi ha realizzato gli adesivi con il tuo “abbraccio”?
“Sono veramente entusiasta degli adesivi attaccati a Villa Ada. Non ho idea di chi sia stato, non so nemmeno se siano solo lì”.

Pensi che la tua opera abbia contribuito a sensibilizzare Roma e questo quartiere?
“Tutto questo, gli adesivi autoprodotti, i post sui social, i tantissimi che mi hanno scritto per dirmi quanto l’immagine li abbia colpiti, sono un grande riconoscimento per me. Quindi sì, a rischio di sembrare presuntuosa, penso che un minimo il mio poster sia servito a smuovere qualcosa dentro tanti persone, confermando il vecchio adagio secondo cui un’immagine vale più di mille parole. Credo che sia nel quartiere, con la gente che è andata lì a fotografare il poster, finché c’è stato, che a Roma e nel resto d’Italia, le persone si siano sentite toccate da quell’abbraccio“.

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