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Editoriale. Quando una Capitale spegne le luci

di Luigi Carletti

Ci sono proteste destinate a lasciare il segno perché più di altre fanno suonare la campanella dell’ultimo giro. La protesta dei commercianti romani ideata da Giulio Anticoli non esprime solo il disagio delle “botteghe”, ma è qualcosa di molto più serio e più grave: è il grido di dolore di una città che di commercio – nel senso più alto e più ampio del termine – dovrebbe vivere e prosperare.

Ma il commercio funziona quando una città funziona. E se la città in questione è la Capitale, è oltremodo allarmante vedere a che punto si è dovuti arrivare per far percepire che non c’è più tempo. Allarmante non solo per Roma e i romani, ma allarmante per il Paese. Perché se Roma continua sulla linea della decadenza, tutto il Paese ne risente. Se, viceversa, Roma si riprende, è un beneficio per l’intera comunità nazionale.

Dunque, come può riuscire a riprendersi, Roma?

In questi mesi abbiamo maturato l’impressione che il tema non si possa più proporre all’attuale classe dirigente della politica romana: da un lato troppo presa da giochi e giochetti di posizionamento e riposizionamento, dall’altro palesemente inadeguata a capire non solo quello che sta succedendo nel mondo, ma perfino in Italia. Perché pur senza guardare continuamente a Milano (meglio evitare per non starci troppo male), il Paese è pieno di esempi illuminanti di buona amministrazione e di best practices in tutti i campi: dai rifiuti ai trasporti pubblici, dall’acqua all’accoglienza turistica, dalla cura del verde alla valorizzazione delle risorse culturali.

Il tema di fondo resta quello della governance di Roma: non si può pensare di amministrare Roma come una normale città. Roma non è una città. O se lo è, allora parliamo di una “città-stato”, fatta di tante piccole, medie e grandi città. Se non si parte da questa semplice, perfino banale considerazione, oggi non si va da nessuna parte. Se non si capisce che i municipi sono in gran parte soggetti totalmente artificiali fuori dalla realtà e non si riparte piuttosto da quelle comunità vere che sono i quartieri, non si riuscirà mai a dare a Roma un’organizzazione policentrica in cui il Campidoglio sia davvero il centro d’equilibrio e di indirizzo.

Le conseguenze dell’inadeguatezza strutturale della Capitale – unite agli oggettivi limiti delle ultime amministrazioni – sono il combinato disposto di una paralisi che non è solo di gestione quotidiana (drammaticamente evidente) ma anche di progettualità, di idee, di visione. Così le vetrine si spengono per dire che Roma brilla sempre di meno. Noi ce ne eravamo accorti da tempo, altri sono troppo impegnati a raccontarsi un’altra storia, ma la sottolineatura dei commercianti romani oggi dovrebbe dare uno scossone anche a chi si ostina a non voler vedere la realtà.