Trieste-Salario | Articoli

Anche per i negozi è fase 2, ecco il 18 maggio raccontato dai nostri commercianti

di Paolo Riggio

Si riparte. O quasi. C’è chi si è pentito, chi ha gioito, chi non ha proprio aperto, chi ha scioperato e chi ci ha scherzato su. Il D-Day dei bar, dei ristoranti e dei negozi di estetica del Trieste-Salario è stato tutto e il contrario di tutto. Il loro primo, vero giorno della fase 2, si potrebbe riassumere con una frase sentita tante volte in questo lunedì 18 maggio: “È dura, ma ci proviamo”.

È dura. Perché i clienti scarseggiano, perché gli incassi non sono quelli di un tempo. È dura perché le misure restrittive, tante, spaventano i clienti e affaticano gli addetti ai lavori. Baristi, ristoratori, barbieri e hair stylist, ecco il racconto della riapertura dopo 69 giorni di chiusura forzata.

I BAR
Ore 7:53. Bar Amelie. Piazza Verbano. Francesco Di Giampaolo, 28 anni, titolare dell’esercizio commerciale, accoglie i pochi clienti con un velo di tristezza: “C’è poca gente – commenta a Roma H24 -. Le persone avranno bisogno di tempo per riabituarsi a venire al bar. Noi però siamo qui”.

Sicurezza. È uno dei temi centrali della giornata. Entrate contingentate, distanziamento, massimo due persone per ogni tavolo, vetro in plexiglas alla cassa, incentivato il consumo di bevande nello spazio esterno. Nulla nei bar del quartiere è lasciato al caso.

Daniele Rossi, il proprietario de Il Caffè, Il Gelato, Il Ristoro di viale Eritrea

Ore 8:54. Viale Eritrea. Allo storico bar della famiglia RossiIl Caffè, Il Gelato, Il Ristoro – comincia ad arrivare un po’ di gente: “Abbiamo incoraggiato il consumo delle bevande negli spazi esterni e abbiamo posto un cartello all’ingresso con tutte le regole da rispettare. – spiega Daniele Rossi a RomaH24 -. Qualche cittadino sbuffa quando gli ricordiamo di attenersi alla distanza di sicurezza ma in queste prime ore c’è stata grande collaborazione e molto affetto”.

Sempre su viale Eritrea qualche cittadino s’interroga sul Bar Romoli: “Ma non riaprono?” chiede un signore anziano. “Si, ma oggi è il giorno libero, niente caffè”. Il signore se ne va sconsolato. Il caffè al mattino è un rito, un rito che i cittadini non hanno certo dimenticato.

Di caffè ne vendono in quantità intorno alle 10 al Seven Cafè di viale Somalia dove Luca Licata, il titolare, si occupa personalmente di contingentare le entrate e di misurare la temperatura corporea con il termoscanner: “Il locale si sta riempiendo, sono contento – dice Licata -. Ciò che ci preme di più è il rispetto della distanza tra persone”.

Non manca una parola per i molti colleghi che non hanno potuto riaprire: “Sono vicino a loro – dice Licata -. In questa zona molti piccoli locali non hanno aperto, servono più aiuti”.

I RISTORANTI
Pochi clienti, pochi incassi, qualche polemica, molte difficoltà. Così si potrebbe riassumere il primo giorno di riapertura dei ristoranti nel nostro quartiere. “Il bilancio è negativo. Riaprire in queste condizioni non è facile. E in più i vigili spaventano la clientela con continui controlli”. A parlare, all’ora di pranzo, è Alessio Inches, figlio di Massimo e titolare del ristorante, bar e pasticceria Il Siciliano di piazza Vescovio.

Angelo Graziani

Per i punti enogastronomici del quartiere le norme di sicurezza sono stringenti. Entrate e uscite in due punti diversi dei locali, mascherine e guanti per i dipendenti, tavoli distanti tra loro almeno un metro e venti centimetri, schermi in plexiglas. Non si può sgarrare. E c’è chi la prende con filosofia: “Mi sono portato nel locale un metro per mostrare ai clienti che le distanze tra i tavoli sono a norma – svela Angelo Graziani, titolare della storica enoteca (e ristorante) di via di Santa Costanza –. È giusto anche ridere in questi momenti difficili”.

Non tutti se la sono sentita di riaprire. I rischi di un incasso fallimentare c’erano e si sono trasformati in realtà. Non se l’è sentita Angelo Corresi dell’Osteria via Mantova: “Ripartiremo tra venerdì e sabato – commenta -. Non riapro subito per evitare di prendere parte ad una guerra tra poveri e dividerci i pochi clienti a pranzo”.

I NEGOZI DI ESTETICA
Il 18 maggio verrà ricordato soprattutto per le difficoltà dei baristi e dei ristoratori. Ma c’è anche chi finalmente può esultare. Di chi si tratta? Dei parrucchieri, dei barbieri e dei titolari dei centri estetici. L’emergenza Covid-19 li ha messi in ginocchio, forse più di tutti, ma il peggio sembra essere passato: “È una riapertura storica, le prenotazioni non si fermano. Sono davvero felice” – dice Gianni Condelli del Condelli Barber Shop di via di Priscilla.

Il negozio di Condelli, come molti altri del quartiere, è stato sanificato e le due poltrone sono state poste a un metro e venti di distanza come da normativa: “Utilizziamo tutti i presìdi imposti – dice Condelli a Roma H24-. Non è semplice lavorare in queste condizioni ma a tirarmi su il morale ci sono le prenotazioni dei miei clienti affezionati. Ho due settimane tutte piene”.

Antonio Morici

E, infine, Antonio Morici. Il celebre hair stylist è stato uno dei protagonisti del Trieste Salario durante la quarantena. Ha scritto una lettera al presidente del consiglio Conte per denunciare la drammatica situazione del settore estetico. E ora, con un pizzico di commozione, è pronto a ricominciare. “Sono stati mesi durissimi ma sono stato sommerso di affetto e vicinanza – commenta -. Ora ripartiamo e ripartiamo bene. Ho tutto il mese prenotato. Sono felice”.

Una serie di cartelli all’ingresso del salone di via Cattaro ricorda ai clienti quali norme bisogna rispettare: “Le nostre postazioni vengono igienizzante dopo ogni passaggio – chiosa Morici -. Sia noi sia i clienti dobbiamo indossare mascherine e le poltrone sono a distanza di sicurezza”.

È dura, per tutti o quasi. Ma si riparte.


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