Trieste-Salario

Francesca Barra e i ricordi della “sua” via Chiana

Un lungo post sui social per raccontare la sua vita nel Trieste-Salario. Così Francesca Barra su Facebook e non solo si è lasciata andare ai suoi ricordi, a quando si trasferì poco più che maggiorenne a via Chiana 35. Un posto che ancora oggi, nonostante viva a Milano, le è rimasto nel cuore, per tanti motivi.

Ecco il suo post:
“Pigra e fiera, la bellezza di Roma. Sono arrivata qui a diciotto anni dalla Basilicata e abitavo in una casa in via Chiana 35. Fra corso Trieste e Villa Ada. Un palazzo storico che diventò il quartier generale di un gruppo di amici, artisti, persone non ordinarie, che non sono mai più uscite dalla mia vita. I miei vicini di casa napoletani sono diventati fratelli. Da loro si bussava in pantofole e si mangiava il pranzo napoletano della domenica. Se si andava a fare la spesa si chiedeva al vicino se avesse bisogno di qualcosa. È una zona che ho amato moltissimo. I cornetti caldi del bar Benaco, il cinema di Piazza Verbano. I pomeriggi sul tetto o sdraiata sul prato di Villa Ada, a studiare e scrivere… a ventidue anni mi sono laureata, sono diventata giornalista professionista, ho mosso i primi passi nel mondo del lavoro facendo la classica gavetta e ho realizzato i primi sogni. Mio papà quando mi sentiva affaticata, mi diceva dolcemente: ” Torna a casa da papà”. Sarebbe stato più facile, ma non ho mai scelto vie dolci. Le mie sono state scalate. Ho vissuto oltre sedici anni qui, sono diventata adulta muovendomi ancor più velocemente di tanti altri. Perché arrivavo da una regione sconosciuta, con abitudini e tradizioni molto differenti. “Sei lucana? Bella Lucca”! Mi dicevano. Era spietata la città. Era spietato il giornalismo, soprattutto per me che avevo scelto di restare un cavallo a briglie sciolte, un libero professionista. Ho lavorato in Parlamento perché mi sono laureata con una tesi sulle donne in politica, poi per i teatri, la tv, la radio, La7. Ho scritto i primi saggi. Ho stretto amicizie che sono ancora vitali. Poi ho preso la valigia. Perché sono nomade. Posso vivere in ogni luogo, tornare, ripartire e non sentirmi estranea. In ogni luogo c’è un pezzetto di me. Ma in questo provo una sensazione mista alla tenerezza. Ero poco più di una ragazzina, non ho avuto paura“.


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