13 agosto 2019 - 7:43 . Flaminio-Parioli . Cultura

Via Salaria, qui si progettano i satelliti che voleranno tra le stelle

Se un tempo era la via del sale, oggi la Salaria è la via dello spazio. È qui che ha sede la scuola di ingegneria aerospaziale dell’Università la Sapienza. Al civico 851. Ed è grazie alla ricerca svolta tra queste mura che l’Italia è divenuta, negli anni Sessanta, la terza nazione al mondo a lanciare satelliti nello spazio. E sempre qui, dal 2000, si progettano i satelliti nani, la nuova generazione di macchine, piccole e leggere, che ruotano intorno all’orbita terrestre per motivi di ricerca.

Il centro ricerche sulla Salaria è un’eccellenza del nostro territorio. Si trova a pochi chilometri da Villa Ada. Sicuramente avrete visto le grandi sfere bianche, sono gallerie del vento. Attualmente sono circa 120 gli studenti laureati in ingegneria che frequentano questa scuola d’élite per due anni: principalmente italiani, brasiliani, indiani e americani. Da “grandi” saranno ingegneri di sistema, sapranno cioè gestire tutte le fasi di un progetto aerospaziale.

La storia di questo luogo ha qualcosa di pioneristico. Tutto ha avuto inizio negli anni Sessanta, sotto la direzione del generale Luigi Broglio. L’Italia fu il terzo paese nel mondo a mandare satelliti nello spazio. I primi furono i russi con lo Sputnik. I poi gli americani con l’Explorer. E infine noi italiani, grazie al progetto San Marco che aveva la sua sede operativa a via Salaria 851. Furono quattro in totale i lanci fino al 1988. “Dall’88 al 2000 lo spazio è cambiato”, spiega il preside Paolo Teofilatto: “Dopo una fase pionieristica in cui una scuola aveva la gestione delle basi di lancio, la capacità di lanciare nello spazio e la realizzazione dei satelliti, siamo passati a una fase industriale. Il ruolo delle scuole si è ridotto a supporto della attività spaziali. Ma dal 2000 tutto è cambiato nuovamente”. Già perché in quell’anno l’Università di Stanford introdusse la novità dei micro satelliti progettati dagli studenti. Inizialmente la comunità scientifica reagì con molta diffidenza, ma già nei primi mesi di quell’anno Stanford riuscì a mandare nello spazio un micro satellite. “A quel punto mandammo un gruppo di studiosi a Stanford per capire come avevano fatto e seguirne le orme” – prosegue Teofilatto. Da allora la scuola di via Salaria ha effettuato un lancio ogni quasi due anni, diventando un centro all’avanguardia mondiale. “La base di lancio sta in Kazakistan a Baikonour, dove andiamo con gli studenti. È un’esperienza importante. Al micro satellite che noi lanciamo si attaccano altri satelliti, ognuno con la sua missione. Sono lanci cluster. Questo tipo di esperienza porta i nostri studenti a rapportarsi con ricercatori da tutti il mondo e a diventare ingegneri di sistema”.

 Realizzare un micro satellite qui è un’attività didattica: “Insegniamo ai ragazzi come funziona un’attività spaziale con tutte le sue fasi. La scuola dura due anni e gli studenti apprendono una visione di sistema”. Ora la scuola si sta preparando a due nuovi lanci, per il 2019 e 2020: “Stiamo studiando una schermatura elettromagnetica per proteggere i satelliti dalle radiazioni. E poi come ricreare un laboratorio chimico all’interno di una scheda elettronica di centimetri 10 per 10. Un tipo di ricerca che ci consentirà di fare sperimentazione biomedica nello spazio”. Ma come è possibile far dialogare un satellite nano con una centrale operativa a Roma? “Queste macchine viaggiano intorno alla loro orbita, a 650 chilometri di altezza, alla velocità di 7 chilometri al secondo. Compiono 14 giri della terra al giorno. E quando ogni 12 ore passano sul cielo della Capitale, ci inviano i dati che i nostri ricercatori poi studiano. Quando un satellite finisce il suo ciclo – l’ultimo è in orbita dal 2014 –  iniziano la loro caduta libera e a contatto con l’atmosfera di distruggono”.

La novità allo studio ora è un museo dello spazio: “Sarà aperto ai cittadini, qui potranno capire le meraviglie su cui lavoriamo ogni giorno e sentire il cielo sopra di loro un po’ meno lontano” – chiosa il preside.