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Meno alberi ma più antenne. Le onde su scuole e case di cura

di Gianluca Colletta

C’era una volta una giungla nel Trieste-Salario. Era verde. Era quella delle sue ville storiche. L’abbattimento di oltre 130 alberi da inizio anno l’ha fatta venire parzialmente meno, con effetti che si ripercuoteranno sulla qualità dell’aria. In compenso, il quartiere potrebbe trovarsi a fare i conti molto presto con un’altra giungla: quella delle antenne telefoniche. Sui nostri palazzi svettano una trentina di ripetitori telefonici. Ai quali – ecco la novità – dovremo sommare quelli per il 5G.

Questa tecnologia, al centro del memorandum firmato recentemente tra Italia e Cina, è il perno dell’“internet delle cose”. Ossia, di quel sistema in grado di mettere in collegamento non solo le persone tramite l’utilizzo dei cellulari, ma anche gli oggetti.

A differenza del 3G, si basa su frequenze diverse. Sono le cosiddette onde millimetriche, che hanno un raggio d’azione molto più limitato. Sui danni che produrrebbero, la scienza è divisa. C’è chi sostiene che non penetrerebbero nel corpo umano. Ma è proprio l’assenza di certezze ad alimentare i timori del Trieste-Salario.

«La tecnologia ci ha fatto fare un salto nel futuro, ma stiamo rincorrendo qualcosa che forse non ci serve – dice a RomaH24 Massimo Proietti Rocchi, del comitato Amici di Villa Leopardi –. Mi fido poco delle nuove tecnologie, lanciate senza un’adeguata sperimentazione». È un timore condiviso anche da Barbara Lessona, presidente del comitato Amo il quartiere Trieste: «Sappiamo poco del 5G. Non c’è un’informazione chiara e temiamo che sia l’ennesima cosa che qualcuno decide sulla pelle del cittadino. Prima del 5G, bisognerebbe pensare alla qualità della vita delle persone».

Sulla questione antenne, Roma aveva provato a darsi un quadro di riferimento. Nel 2015 fu approvato un regolamento comunale – fu votato anche dall’allora consigliera di opposizione Virginia Raggi – che però oggi è ancora inapplicato. Prevedeva una distanza di almeno 100 metri tra le antenne e i siti sensibili, come chiese, scuole e case di cura.

Nel frattempo, l’Autorità garante della concorrenza e del mercato ha aperto un’indagine sul Comune per la mancata mappatura dei siti sensibili (appunto) e dei luoghi dove installare gli impianti. In attesa della decisione, i comitati contro l’elettrosmog temono che l’Antitrust cancelli parti importanti di quel regolamento. Sono quelle relative alla tutela della salute.

La mappa

Sono circa una trentina le antenne di telefonia sui tetti del Trieste-Salario.  Alcune sono lontane dai siti sensibili, altre invece sono molto vicine a scuole, oratori e case di cura. Spesso, si trovano all’interno del raggio di 100 metri, ossia la distanza minima prevista dal regolamento del 2015. È il caso dell’asilo Casa Montessori dei bambini, che si trova in mezzo a due antenne: quella di via Moricone e quella di via di Priscilla. Quella in via Po dista un solo isolato dall’Istituto comprensivo Alfieri Lante della Rovere. Un’altra su via Salaria 292 è posizionata vicino alla Asl Roma 1. Le antenne installate in via Lucrino, via Chiana e via Marenzio sono situate in prossimità di chiese. Mentre quella che si trova al civico 299 di via Nomentana dista 150 metri da una casa di cura.

La legge italiana

L’installazione delle stazioni radio base in Italia è regolato dalla legge Gasparri del 2003, che impone alle compagnie telefoniche di creare l’infrastruttura necessaria per garantire le telecomunicazioni. Come? Presentando ai Comuni una dichiarazione di inizio attività. Il limite (alzato dal governo Monti) per questo tipo di campi elettromagnetici è di 6 volt/metro. La normativa prevede che i soggetti interessati, cittadini compresi, partecipino al procedimento autorizzatorio e vengano correttamente informati. Ai Comuni, che non possono abbassare i limiti imposti dalla legge, è demandato il compito di creare dei regolamenti urbanistici per un piano regolatore per la telefonia, individuando i luoghi sensibili e quelli idonei (compatibili con le esigenze dei gestori).

Il confronto con l’estero

In natura i campi elettromagnetici sono presenti in una misura che varia tra 0,001 e 0,0061 Volt/metro (unità di misura delle radiofrequenze). Tra i 27 Stati dell’Unione Europea, a livello legislativo, le differenze in termini di limiti consentiti sono abissali. Si passa dallo 0,6 V/m delle province di Salisburgo in Austria e della Castiglia in Spagna al massimo di 61 V/m in Gran Bretagna. In mezzo troviamo Belgio e Svizzera, che fissano la soglia rispettivamente a 3 e 4V/m, mentre per Italia (dove da anni si parla di alzare il limite a 60 V/m), Bulgaria e Polonia il massimo consentito è di 6 V/m. Fuori dall’Europa, se in Australia il limite imposto è pari a 0,06 V/m, in Giappone e negli Stati Uniti i parametri sono gli stessi vigenti in Gran Bretagna.

Il regolamento di Roma

Nel 2015 l’Assemblea capitolina ha approvato il suo regolamento per l’installazione delle stazioni radio base. Tra le novità principali, volte soprattutto alla tutela della salute pubblica, c’è la creazione di un piano regolatore, in cui l’amministrazione individua i luoghi, soprattutto di proprietà del Comune, dove installare le antenne telefoniche, delocalizzando quelle più vicine alle case e mantenendo una distanza di almeno 100 metri dai luoghi sensibili, come scuole, oratori e case di cura. Inoltre, è previsto che gli operatori utilizzino il sistema del “cositing”, cioè l’installazione di più antenne su uno stesso traliccio. È stato poi istituito un osservatorio sui problemi dell’inquinamento elettromagnetico. A oggi, non esiste ancora.

La scienza a favore

«Alcuni effetti dei cellulari, come quelli termici, sono stati accertati. Altri, no». Lo spiega a RomaH24 Alessandro Polichetti, primo ricercatore sui campi elettromagnetici dell’Istituto superiore di sanità. «Temperature elevate possono provocare anche la sterilità. Ma non è il caso dei cellulari. Studi epidemiologici hanno portato lo Iarc (è l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro, ndr) a classificare gli effetti dei cellulari come possibilmente cancerogeni di tipo 2B, ma restano delle incognite. Per lo Iarc, non c’è certezza. E c’è chi esclude del tutto una correlazione. Con il 5G diminuiranno le dimensioni delle celle. Avremo più antenne, ma di potenza inferiore. Le onde si fermano a livello della pelle: non penetrano nel corpo. Quindi, il cervello non corre pericoli».

I comitati

L’arrivo del 5G e l’intervento dell’Antitrust, che ha impugnato il regolamento di Roma, preoccupano i comitati che da anni si battono contro le antenne. «Lo scenario è inquietante – spiega a RomaH24 Giuseppe Teodoro, portavoce della Rete romana dei comitati contro l’elettrosmog -. Le multinazionali delle telecomunicazioni hanno lanciato un affondo contro la legislazione italiana, colpevole di difendere salute, ambiente e paesaggio. Il 5G comporta l’installazione di nuovi impianti, con il rischio, pressoché garantito a detta dei tecnici, di superare in numerosi ambiti la soglia prevista dalla legge. Dalla segnalazione del garante, emerge chiara la responsabilità del Campidoglio, che in tre anni non hanno applicato il regolamento approvato nel 2015».

La scienza contro

«Le radiofrequenze non sono compatibili con la vita umana. Il telefonino andrebbe usato solo per le emergenze». È la posizione di Fiorenzo Marinelli, ricercatore di Genetica molecolare del CNR di Bologna. «Gli studi confermano che il cellulare provoca il tumore celebrale. E anche i ripetitori sono dannosi. Un esperimento ha dimostrato che in una scuola irradiata da un’antenna i bambini erano più predisposti a contrarre il diabete. L’Istituto Ramazzini (un centro per la prevenzione del cancro di origine ambientale, ndr) documenta molti altri effetti, così come i 1600 studi pubblicati su bioiniziative.org. Venticinque anni fa si doveva usare un principio di precauzione, perché non c’era certezza. Oggi dobbiamo usare un principio di prevenzione, perché la certezza è che le onde sono dannose».

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