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Ecco il ricordo commosso di chi conosceva davvero Gianfranchino

di Antonio Tiso

Con la morte di Gianfranchino Gabbianelli se ne va un pezzo di quartiere. Si chiamava così il senzatetto di 75 anni trovato morto lunedì 10 giugno nella sua roulotte alla fine di viale Etiopia. Era un personaggio popolare nella zona e oggi sono in tanti a ricordarlo. Tra i più tristi c’è Guido Kociss, 74 anni, batterista in pensione e amico di una vita. È stato lui a trovare il corpo senza vita di Gianfranchino, nella sua roulotte.

“Lo conoscevo da 60 anni. Era nato invalido e, fin dal nostro primo incontro, provai simpatia per lui. Viveva dove ora c’è il ponte di Batteria Nomentana. Se qualcuno provava a fargli male, scendevo con la catena del motorino per proteggerlo. Anni dopo gli regalai un cane di nome Sansone per difendersi e creai una barriera col cancello a difesa della sua roulotte” .

Negli ultimi giorni Gianfranchino era apparso stanco. Ripeteva che era colpa del caldo. Nessuno però si sarebbe aspettato questo epilogo. “Per me è stato un fratello acquisito – prosegue Kociss – era nato il 28 marzo 1944, avevamo pochi mesi di differenza. Quando il Comune costruì la tangenziale est, assegnò le case popolari alle persone che abitavano in zona, ma lui che ne avrebbe avuto diritto rimase senza. Non aveva nessuno che si interessasse alla sua condizione e così si trovò a vivere per strada“.

Guido, a quei tempi, era già un musicista professionista e perse di vista Gianfranchino per tanti anni, quando tornò a vivere stabilmente in viale Etiopia, decise di aiutarlo in tutto, dalle visite mediche alle pratiche burocratiche. “Gli gestivo la contabilità e ogni mese pagavo le sue spese in giro per il quartiere. Purtroppo c’era anche chi se ne approfittava e lo aspettava fuori dall’ufficio postale per rubargli la pensione. Purtroppo c’era tanta gente che si approfittava del mio amico, tutte persone che oggi dovrebbero pentirsi e che si dovrebbero vergognare”.

Riccardo e Lorenzo dell’osteria Dar Nasone sono tra i più addolorati per la morte del senzatetto: “Era un buongustaio. Veniva da noi tutti i giorni a pranzo e la domenica portava via la lasagna. Al suo arrivo salutava tutti, dai commensali allo staff della cucina. A volte ci dava pure una mano a spostare le cose. Oggi, nel posto dove si sedeva, non abbiamo fatto accomodare nessuno”.

Il tavolo dove Gianfranchino mangiava tutti i giorni

Dagli abitanti della zona emergono tanti dettagli sulla vita di Gianfranchino. Il risultato è l’affresco di un uomo molto amato. Moreno Giamminonni, macellaio, racconta: “Svolgeva piccoli lavoretti per arrotondare la pensione, ma non chiedeva mai l’elemosina né aveva mai rubato. Portava le buste della spesa per Luigi, il fruttivendolo, e in cambio riceveva una mancia. Erano in tanti a prodigarsi per lui. C’erano signore che gli lavavano le magliette, per lui erano tutte mamme”. Lucio Moccia, tappezziere, aggiunge: “Diceva di essere nato a Trastevere in vicolo del Cinque e poi che una zia lo avesse adottato, portandolo a casa sua al Tufello dove aveva anche un orto”.

Le passioni di Gianfranchino erano note a tutti in zona Africano: le biciclette, i cellulari, le tv e poi, su tutte, la Lazio e Barbara d’Urso. La tipografia Ricciolini lo coccolava ed era solita regalargli magliette con la foto della presentatrice e la scritta: “Barbara d’Urso non si tocca”, un gesto d’affetto che lui gradiva sempre. Un aspetto che colpisce del senzatetto, secondo i racconti degli amici, è che rimproverava i nomadi che rovistavano tra i cassonetti, rovesciando poi i rifiuti a terra: “Una volta fu pure picchiato da alcuni di loro. Era molto pulito e ci teneva al decoro della vita”.