Prati | Felice Maria Corticchia

Corticchia, il regista che spiava “Il Padrino”

di Cristiana Ciccolini

Corticchia e Lando Buzzanca

Felice Maria Corticchia è palermitano, ma vive dal 2014 in Prati, quartiere che ama molto. “Mi piace andare a correre a piazzale Clodio, ma quando posso vado a Villa Pamphili perché almeno sono circondato dal verde”. Dopo aver studiato nella Scuola europea di cinema e nel Laboratorio di teatro comico, a Milano, ha preferito stare dietro le quinte, perfezionandosi come sceneggiatore e regista.

“Quello che mi ha spinto a scegliere la strada dello spettacolo – spiega – è stato il set de Il Padrino – parte terza, girato nelle vie di Palermo. Ero ragazzino, mi sono nascosto salendo su un palazzo per poter vedere dall’alto tutto ciò che accadeva durante le riprese”.

Felice ama scrivere per il cinema e il teatro, riuscendo a passare dal genere comico al drammatico. Per il teatro ha ottenuto grande successo di pubblico e critica con lo spettacolo “Il ritorno”, omaggio a Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, con Tony Biffi, Marco Flammini, Monica Carpanese e Germano Taddia. Venerdì 3 maggio dirigerà, nel locale l’Arciliuto di Roma, “Confessione di un assassino”, di e con Marino Parodi, che tratta il tema del femminicidio. Debutterà, invece, sabato 11 maggio al teatro Hamlet di Roma con il dramma “Il Silenzio nella Conca d’Oro”, una storia legata alla mafia ambientata a Palermo, scritta e diretta dallo stesso Corticchia con Manfredi Russo e Francesca Rasi.

Corticchia con Sandra Milo

Per il cinema ha collaborato alla fiction “Le cinque giornate di Milano” di Carlo Lizzani con Giancarlo Giannini e poi ha scritto e diretto il documentario sul pittore siciliano Michele Russo. Nella sua carriera ha ricevuto diversi riconoscimenti per la miglior regia teatrale: nel 2018 il premio speciale Anfora di Calliope e il premio Prestige, mentre nel 2019 ha vinto il premio Ischia.

E, poi, Felice ha anche scritto alcuni libri, tra questi “Orrore giudiziario” del 1996 e “Un morso alla grande Mela” del 2003, tradotto in inglese e giunto finalista al premio Grinzane Cavour, quest’ultimo dedicato alle sue origini visto che suo nonno era emigrato in America. I suoi sogni sono tanti, ma per scaramanzia preferisce tenerli nel cassetto.